CASAL DI PRINCIPE – Una ricerca spasmodica, a tratti frenetica, guidata da un unico imperativo: non fermare mai il flusso del profitto fuorilegge. Al centro delle indagini della Procura si svela una nuova, inquietante mappa del traffico illecito di rifiuti che stringe in una morsa la provincia di Caserta, toccando i territori di Casal di Principe, Castel Volturno, Cancello ed Arnone, la frazione di Brezza a Capua e diverse aree limitrofe. Un gruppo organizzato, guidato da imprenditori considerati vicini alle consorterie criminali locali, ha trasformato intere porzioni di territorio agricolo in discariche a cielo aperto per scarti industriali, scavi edilizi e persino residui della lavorazione dei pomodori. Il meccanismo, collaudato ma costretto a una continua evoluzione per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine, ruota attorno alla costante necessità di reperire nuovi fondi agricoli. Una “lotta” quotidiana per individuare spazi vergini, resa sempre più difficile dal progressivo scetticismo dei proprietari terrieri che, col passare del tempo, hanno iniziato a osteggiare i continui scarichi sui propri suoli, spaventati dalle possibili conseguenze legali e ambientali.
La finzione dei documenti: “Scrivi aggregato riciclato, non sabbia”. Il cuore del sistema non risiedeva solo nella logistica del trasporto, ma nella falsificazione sistematica della documentazione contabile e ambientale. Sui Ddt (Documenti di trasporto) – le ex bolle di accompagnamento che certificano il trasferimento fisico delle merci e garantiscono la tracciabilità fiscale – i camionisti dichiaravano formalmente di trasportare “sabbia” proveniente da attività di riciclaggio di inerti. La realtà dei fatti, tuttavia, restituiva un quadro drammaticamente diverso. I mezzi pesanti viaggiavano carichi di una sostanza pastosa e scura, un materiale di colore nero che emanava forti e nauseabonde esalazioni odorifere, sversato direttamente nei campi e nei canali scavati nel terreno. L’allerta per i controlli e per i possibili esami di laboratorio sulla reale natura del rifiuto era altissima. In un’intercettazione chiave, uno dei principali indagati, Stanislao Corvino, parlando con il fratello Francesco, detta una precisa linea strategica per confondere gli ispettori in caso di posto di blocco: “Non mettere sabbia, metti aggregato misto riciclato. Se scrivete sabbia quelli si aspettano la sabbia di mare. Quando quello legge aggregato misto riciclato è un altro discorso”. Un cambio di dicitura studiato a tavolino: l’espressione “aggregato misto riciclato” offriva una copertura burocratica ideale, giustificando la presenza di polveri, frammenti e consistenze eterogenee che la dicitura “sabbia” non avrebbe mai potuto tollerare, riducendo così il rischio di sequestri immediati dei mezzi e delle aree di sversamento.
Le consulenze “qualificate” per evitare i sequestri. Per muoversi con tale disinvoltura nei meandri delle normative ambientali, i fratelli Corvino non si affidavano all’improvvisazione. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli imprenditori si sarebbero interfacciati direttamente con un ex dirigente dell’Arpac di Caserta (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania), il quale non risulta iscritto nel registro degli indagati. L’ex funzionario avrebbe fornito ai fratelli Corvino vere e proprie “dritte” tecniche e giuridiche su come compilare i formulari e i documenti di trasporto, indicando le scappatoie formali necessarie per aggirare le maglie delle verifiche su strada ed evitare i sigilli giudiziari sui terreni dove i veleni erano già stati tombati. Un supporto strategico che ha permesso al gruppo di continuare a inquinare l’agro casertano, massimizzando i profitti dello smaltimento illecito a discapito della salute pubblica. L’inchiesta vede complessivamente 11 persone coinvolte e indagate a vario titolo. Per la Procura però le menti del business sarebbero loro, i fratelli Francesco e Stanislao Corvino, gli unici infatti in questa fase dell’inchiesta ad essere stati raggiunti da misure cautelari.








