L’ufficio di via Laviano conserva ancora quel ritmo serrato e rigoroso che caratterizza la vita di caserma, ma l’atmosfera nell’androne e lungo i corridoi ha il sapore inconfondibile dei momenti di passaggio. Scatole in fase di imballaggio, faldoni riordinati per chi verrà dopo, un continuo andirivieni di saluti formali che tradiscono un’emozione malcelata.
Seduto dall’altro lato della scrivania, il colonnello Manuel Scarso accoglie la fine del suo quadriennio alla guida del comando provinciale dei carabinieri di Caserta con lo stesso sguardo fermo ma aperto che ha caratterizzato la sua presenza in Terra di Lavoro dal settembre 2022. Tra le mani tiene gli appunti di un mandato lungo e denso: non solo le grandi operazioni contro il clan dei Casalesi, i blitz nella Terra dei Fuochi e la caccia alle infiltrazioni della “zona grigia”, ma soprattutto centinaia di volti, storie e strette di mano incrociate nei comuni della provincia.
Arrivato con l’esperienza romana al vertice dell’Ufficio Stampa del Comando Generale, il suo percorso professionale si prepara ora a compiere una traiettoria perfetta, riportandolo proprio alla guida della comunicazione dell’Arma. Ma prima di congedarsi, tra il suono delle notifiche che continuano ad arrivare e il caffè che scandisce la conversazione, si concede una pausa per fare il bilancio di un’esperienza che va oltre la divisa.
Comandante, quando è arrivato a Caserta nel 2022 portava con sé l’esperienza “romana” del Comando Generale. Qual è stato il primo preconcetto o la prima immagine di questa provincia che il lavoro quotidiano sul campo le ha smentito o radicalmente trasformato in questi quattro anni?
Probabilmente la prima cosa che ho dovuto mettere da parte è stata proprio l’idea di poter leggere Caserta attraverso le sole categorie con cui spesso viene raccontata da fuori. Arrivavo da Roma e conoscevo questa provincia soprattutto attraverso le vicende giudiziarie, la criminalità organizzata, la Terra dei Fuochi, le emergenze del litorale domitio. Tutto vero, naturalmente, ma non era tutto. Il lavoro sul campo mi ha restituito un territorio molto più articolato e, soprattutto, una comunità molto più complessa di quanto potesse apparire da una lettura esclusivamente emergenziale. Ho incontrato amministratori, imprenditori, insegnanti, sacerdoti, associazioni, giovani, famiglie: persone che ogni giorno fanno il proprio dovere e che hanno una straordinaria voglia di normalità. La cosa che forse mi ha colpito maggiormente è stata proprio questa: dietro le tante criticità c’è una provincia che non si arrende. E credo che questo sia uno degli aspetti che porterò con me.
La sua gestione è stata caratterizzata da un forte richiamo alla vicinanza ai cittadini. C’è un incontro umano, un volto o una storia incontrata in un piccolo comune del Casertano che porta con sé e che riassume il senso profondo del suo servizio qui?
È difficile indicare un solo volto, perché in questi quattro anni ne ho incontrati tantissimi. Se dovessi scegliere, però, penserei a una donna anziana che trovai in una nostra stazione durante un controllo amministrativo e logistico. Era in lacrime, disperata: degli sconosciuti l’avevano truffata e privata dei preziosi e dei soldi che aveva messo da parte per fare dei regali ai nipoti in occasione delle vacanze. Non riusciva a raccontarlo ai familiari, turbata dall’essere stata così ingenua. Ricordo quanto fosse importante per lei trovare qualcuno disposto ad ascoltarla e ad aiutarla. È lì che ho capito ancora una volta che la stazione dei Carabinieri non è soltanto un presidio di sicurezza, ma una presenza concreta dello Stato, non solo un luogo dove formalizzare una denuncia. Un comandante può occuparsi di grandi operazioni, indagini complesse e criminalità organizzata. Ma se, alla fine della giornata, una persona entra in caserma sentendosi più sola di quando è entrata, abbiamo perso qualcosa di fondamentale. Il nostro compito è anche far sentire le persone meno sole.
Siamo giornalisti e quindi, per definizione, curiosi: come è finita la vicenda della donna?
Qualche mese dopo, abbiamo arrestato i responsabili. Sono voluto andare personalmente dalla signora a darle la notizia e restituirle, ahimè, solo una minima parte di quello che le avevano tolto.
Negli ultimi anni l’Arma ha intensificato enormemente la risposta sui reati da “Codice Rosso” e sulla violenza contro le donne. Al di là dell’efficacia operativa, che cosa si prova da Comandante e da uomo di fronte all’emergere continuo di queste ferite familiari e quanto è difficile rompere il muro di silenzio o di paura che ancora condiziona molte donne di questo territorio?
Dietro la divisa rimane anzitutto l’uomo, e certe storie non possono lasciare indifferenti. La violenza, spesso, non comincia con un gesto eclatante, ma con controllo, isolamento, paura e perdita progressiva dell’autonomia È fondamentale che una vittima sappia di potersi rivolgere ai Carabinieri prima che la situazione precipiti. Le nostre stazioni devono offrire ascolto, protezione e professionalità. Importanti sono anche le stanze per l’ascolto protetto, la formazione dei militari e la collaborazione con magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza. Ma va abbattuto anche il muro culturale: la violenza non è mai una questione privata, riguarda tutta la comunità.
I reati ambientali e la tutela del territorio sono stati al centro della vostra azione. Al di là dei numeri e dei sequestri, che tipo di ferita sociale ed emotiva ha percepito nella popolazione che vive quotidianamente la realtà della Terra dei Fuochi?
La ferita ambientale è anche una ferita alla fiducia. Quando una comunità teme per la salute dei propri figli e per il futuro del territorio, non siamo più soltanto davanti a un reato, ma a una collettività che si sente minacciata. Il contrasto agli illeciti non può limitarsi a sequestri e denunce: servono prevenzione, controlli e recupero del territorio. La Terra dei Fuochi non deve essere identificata solo con ciò che di negativo è accaduto. È anche una terra di persone che continuano a battersi per restituire dignità ai propri luoghi. Questa energia va preservata.
Caserta è da sempre una terra simbolica nella lotta al crimine organizzato, che negli ultimi anni ha cambiato pelle spostandosi verso la “zona grigia” della finanza, dei colletti bianchi e dell’infiltrazione negli appalti pubblici. Dal suo osservatorio umano e professionale, quanto è difficile far capire alla comunità che questa criminalità “in giacca e cravatta” non è meno pericolosa di quella armata, ma sottrae in modo invisibile futuro, lavoro e dignità ai cittadini?
È una delle sfide più difficili: la criminalità armata è visibile, quella economica e finanziaria può avere un volto rispettabile. Per questo abbiamo concentrato le indagini anche sulle infiltrazioni nella pubblica amministrazione e negli appalti, perché alterare il mercato o condizionare una risorsa pubblica significa sottrarre futuro alla comunità. Il contrasto non può fermarsi alle armi e ai latitanti: bisogna seguire il denaro e analizzare i rapporti economici. Ma serve anche la collaborazione della società, perché la zona grigia prospera nel silenzio, nella convenienza e nell’indifferenza. La legalità non è un principio astratto: è la condizione che permette a chi lavora e produce onestamente di competere ad armi pari.
Guidare il Comando di una provincia complessa come Caserta richiede un sacrificio notevole anche sul piano personale e familiare. Guardandosi indietro, qual è il momento più difficile in cui ha sentito tutto il peso della responsabilità e quale, invece, la soddisfazione più grande?
Il peso della responsabilità si avverte soprattutto quando accade qualcosa di grave e sai che, in quel momento, tante persone guardano a te per avere risposte. Sono situazioni nelle quali non c’è spazio per le esitazioni: devi essere lucido, assumerti le responsabilità e, contemporaneamente, sapere che dietro ogni decisione ci sono uomini e donne dell’Arma che stanno lavorando e persone che si sono rivolte in cerca di aiuto. Ma la parte più impegnativa, forse, è quella che non si vede. Essere comandante significa sapere che anche quando torni a casa continui a portarti dietro una parte di quello che hai vissuto. La soddisfazione più grande, invece, non la collegherei a una singola operazione. Le grandi operazioni sono importanti e rappresentano il risultato di un lavoro straordinario dei nostri investigatori, ma la soddisfazione più profonda è vedere una comunità che riconosce nei Carabinieri una presenza affidabile. L’altro giorno, in fila alla cassa del supermercato, una persona che non conosco si è avvicinata e mi ha detto: “Ho letto che ci lascia, le volevo dire grazie per quanto ha fatto per noi casertani”. Quello è un momento che porterò sempre nei miei ricordi più intimi.
Dopo quattro anni si chiude questo capitolo. Se dovesse lasciare un augurio o un “appello” ai cittadini casertani per il futuro della loro terra, cosa direbbe loro non da Comandante, ma da cittadino che ha imparato a conoscerli da vicino?
Direi loro di non smettere mai di pretendere il meglio dalla propria terra. Caserta ha tutte le caratteristiche per essere molto più di come spesso viene rappresentata. Ha risorse, professionalità, giovani, imprese, cultura, storia. Ma ha bisogno che ciascuno faccia la propria parte. E soprattutto direi di non delegare completamente la legalità alle Forze dell’ordine. Noi ci saremo, come ci siamo sempre stati e come continueremo a esserci. Ma la legalità diventa davvero forte quando diventa patrimonio quotidiano di una comunità. Non bisogna avere paura di denunciare, di segnalare, di prendere le distanze da ciò che non è giusto. E bisogna avere fiducia nelle istituzioni, anche quando i risultati non arrivano immediatamente. Io lascio Caserta con un sentimento di gratitudine. E il mio augurio è che i casertani possano guardare al futuro con la stessa determinazione con cui, in questi anni, ho visto affrontare tante difficoltà.
Prima di arrivare a Caserta lei guidava l’Ufficio Stampa del Comando Generale, e ora il suo percorso la riporta a occuparsi di comunicazione ad altissimo livello. È un po’ un cerchio che si chiude. Dopo quattro anni sul campo, trascorsi a vivere in prima persona le ferite, le speranze e la vita quotidiana di un territorio complesso come questo, quanto cambierà il suo modo di “raccontare” l’Arma e la legalità? Che cosa si porta dietro da Caserta nella sua nuova sfida?
Credo che cambierà molto, perché quattro anni sul territorio ti danno la consapevolezza che dietro ogni notizia ci sono persone. Quando si comunica un’operazione, un arresto o un sequestro, bisogna raccontare il risultato, ricordando però il lavoro, spesso silenzioso, di uomini e donne che hanno dedicato tempo, energie e professionalità a un’indagine. E dall’altra parte ci sono cittadini che quella notizia non leggono come una statistica, ma come qualcosa che riguarda il luogo in cui vivono. Da Caserta mi porto quindi una maggiore consapevolezza della responsabilità che abbiamo nel raccontare l’attività dell’Arma. Comunicare non significa solo informare, ma anche costruire fiducia. Mi porto dietro i Carabinieri delle stazioni, gli investigatori, i comandanti, i giovani militari e soprattutto i cittadini. Torno alla comunicazione con un bagaglio diverso: prima conoscevo il territorio soprattutto attraverso le notizie che arrivavano a Roma, ora so cosa c’è dietro quelle notizie. Forse è questa la cosa più importante che Caserta mi ha insegnato: la sicurezza non è solo ciò che accade quando i Carabinieri intervengono, ma anche la fiducia che costruiscono ogni giorno, quando non ci sono telecamere né titoli di giornale.








