CASAPESENNA – Il timore che i problemi giudiziari e amministrativi delle imprese riconducibili ai fratelli Diana potessero travolgere anche i suoi affari. È questa la preoccupazione che Antonio Esposito, detto ‘o suricillo, manifesta a Marcello De Rosa, ex primo cittadino di Casapesenna, fino allo scorso giugno vicesindaco e oggi presidente regionale di Noi di Centro. A registrarla sono i finanzieri impegnati nell’indagine della Dda di Ancona sulle presunte infiltrazioni criminali negli appalti della ricostruzione post-terremoto nelle Marche.
La conversazione risale al 20 marzo. Sette mesi dopo, quell’indagine, denominata ‘Ricostruzione’, ha portato in carcere proprio Esposito e i fratelli Giuseppe (genero di Elvira Zagaria) e Raffaele Diana, insieme ad altri indagati. Complessivamente, l’inchiesta coordinata dalla Procura guidata da Monica Garulli conta 51 indagati, otto misure cautelari e sequestri per oltre 57 milioni di euro.
Il sistema
Al centro degli accertamenti c’è un presunto sistema di frodi sui finanziamenti pubblici, subappalti irregolari e aggiramento dei controlli antimafia. Secondo gli inquirenti, l’impresa marchigiana Crucianelli Rest-Edile avrebbe acquisito centinaia di cantieri della ricostruzione, affidando parte dei lavori a società formalmente amministrate da prestanome, ma gestite in realtà dagli imprenditori campani.
I fratelli Diana, ritenuti dall’accusa vicini alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi, sarebbero stati gli amministratori di fatto di Mira, Prospera, Omega, Adriatica e Gisa Costruzioni. Esposito avrebbe invece controllato la Ricostruire Srl. Il meccanismo, secondo la Dda, avrebbe consentito alle imprese di accedere ai subappalti nascondendo i reali gestori e i loro presunti collegamenti criminali. Quando una società incontrava ostacoli nelle verifiche prefettizie, sarebbe stata sostituita da un’altra riconducibile agli stessi soggetti.
È proprio uno di questi provvedimenti a preoccupare Esposito. La Mira Costruzioni, attribuita ai Diana, era stata raggiunta nel febbraio 2025 da un’interdittiva antimafia della Prefettura di Milano. Una circostanza che, secondo il gip, ‘o suricillo conosceva bene e della quale temeva le possibili conseguenze sulle proprie attività.
L’intercettazione
Il particolare emerge dalla conversazione ambientale intercettata dalle fiamme gialle il 20 marzo, intorno alle 16.55, in via Sant’Antonio a Casapesenna. Esposito si trova nella propria automobile quando incontra Marcello De Rosa, con il quale conversa attraverso il finestrino.
All’inizio i due parlano di politica, in particolare delle elezioni amministrative di San Cipriano d’Aversa. Esposito chiede informazioni sui candidati e De Rosa – ritenuto dagli investigatori amico di Raffaele Diana – fa riferimento a due aspiranti consiglieri. Poi il tono cambia. Le voci si abbassano e il discorso si sposta sugli affari. Esposito manifesta il timore che l’interdittiva della Mira e le vicende delle società dei Diana possano avere conseguenze anche per lui. Cerca di spiegare al proprio interlocutore che la sua posizione imprenditoriale sarebbe ormai distinta da quella di Giuseppe Diana, sottolineando la separazione tra le rispettive attività.
De Rosa segue il ragionamento e, nel corso del dialogo, richiama l’opportunità di non correre rischi. La conversazione prosegue con un riferimento a un altro lotto e a un’iniziativa privata, senza ulteriori elementi che consentano di chiarire la natura dell’affare.
Per il gip, quel colloquio dimostra che Esposito aveva compreso la portata dell’interdittiva e il pericolo che potesse coinvolgere anche le imprese a lui riconducibili. Il giudice evidenzia inoltre come l’indagato, pur manifestando l’intenzione di prendere le distanze da Diana, continuasse a interessarsi alle sue vicende societarie.
L’accusa
La Dda contesta a Esposito e ai Diana (difesi dai legali Carlo De Stavola e Guido Diana) di aver partecipato al presunto sistema attraverso il quale sarebbero stati ottenuti indebitamente contributi pubblici destinati alla ricostruzione. Il valore complessivo dei contratti interessati dall’ipotesi di frode supera i 232 milioni di euro (cifra che non coincide con il presunto profitto illecito). Per Esposito il gip ha disposto il carcere, escludendo però l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.
L’inchiesta toscana
Per Antonio Esposito e i fratelli Giuseppe (già condannato in primo grado per mafia) e Raffaele Diana non è il primo confronto con la magistratura sul terreno degli affari e dei presunti collegamenti con la criminalità organizzata. I tre erano già finiti al centro dell’inchiesta ‘Minerva’, coordinata dalla Dda di Firenze, che aveva acceso i riflettori sugli investimenti e sulle attività imprenditoriali sviluppate soprattutto tra Toscana ed Emilia-Romagna. Quel procedimento si è concluso in primo grado con l’assoluzione dei tre imputati. Una decisione impugnata dalla Procura, che ha portato la vicenda davanti ai giudici d’Appello.
Il politico
Tornando all’inchiesta di Ancona, va chiarito che Marcello De Rosa, per quanto risulta dalla documentazione in nostro possesso, non è indagato. Negli atti finora esaminati, il suo nome emerge in relazione alla conversazione intercettata con Antonio Esposito, richiamata dagli investigatori e dal gip per ricostruire la consapevolezza dell’imprenditore circa le conseguenze dell’interdittiva antimafia della Mira Costruzioni.
Non è però la prima volta che il nome dell’ex sindaco di Casapesenna compare nelle carte di un’indagine antimafia. De Rosa era già emerso nel fascicolo della Dda di Napoli sul clan Zagaria per le frequentazioni documentate dagli investigatori con Costantino Garofalo, destinatario di una misura cautelare per associazione mafiosa. Anche in quel procedimento, secondo le informazioni in nostro possesso, l’ex amministratore non risulta indagato.
Due inchieste distinte, dunque, nelle quali De Rosa compare per circostanze differenti: ad Ancona il colloquio con Esposito sull’interdittiva antimafia della Mira, a Napoli le frequentazioni con Garofalo.
Le contestazioni formulate nei confronti degli indagati restano da accertare. Per tutti vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
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