NAPOLI (Armando Aruta) – Chi è cresciuto negli anni Novanta ricorda bene il rumore di una sala giochi: il tintinnio dei gettoni, le urla di chi perdeva l’ultima vita, la fila davanti al cabinato di Street Fighter II per sfidare il campione del quartiere con Ryu, Ken o Chun-Li. Trent’anni dopo, quella fila si è spostata davanti alle casse dei cinema. Il nuovo Street Fighter di Kitao Sakurai, uscito in Italia il 15 ottobre con Eagle Pictures, è l’ultimo capitolo di una storia d’amore, spesso tormentata, tra videogiochi e grande schermo: un legame cresciuto in modo esponenziale, fino a diventare uno dei motori più redditizi dell’intrattenimento contemporaneo. Non è sempre andata bene.
I precedenti dei giochi in sala
Nel 1993 Super Mario Bros., con un Bob Hoskins visibilmente spaesato nei panni dell’idraulico più famoso del mondo, fu un disastro così clamoroso da tenere Nintendo lontana da Hollywood per trent’anni. Nel 2016 Assassin’s Creed, nonostante Michael Fassbender e Marion Cotillard, si perse in una trama cupa e confusa, dimostrando che un grande cast non basta a salvare un adattamento senza anima. Eppure, accanto ai flop, sono nati franchise di enorme successo. Tomb Raider trasformò Angelina Jolie in un’icona pop, rendendo Lara Croft la prima vera diva nata da un joystick. E che dire di Pirati dei Caraibi?
Ufficialmente nasce da un’attrazione di Disneyland, ma chi ha passato le notti a risolvere enigmi con Guybrush Threepwood non può non riconoscere in Jack Sparrow, nei pirati fantasma e nelle maledizioni caraibiche l’eco di Monkey Island, il capolavoro di Ron Gilbert, che a sua volta da quella stessa attrazione aveva tratto ispirazione. Un cerchio perfetto, degno di un’avventura grafica della LucasArts. L’esplosione delle serie tv ha poi moltiplicato le produzioni tratte dai videogiochi, offrendo loro ciò che due ore di film raramente concedono: il tempo.
Successo e nostalgia
The Last of Us, con Pedro Pascal e Bella Ramsey, ha dimostrato che un videogioco può generare una delle storie più commoventi della televisione di oggi, mentre Arcane, nato dall’universo di League of Legends, ha portato l’animazione a un livello pittorico che ha conquistato anche chi non aveva mai preso in mano un joypad. Il segreto di questo successo ha un nome preciso: nostalgia. I millennials, generazione cresciuta tra Game Boy e PlayStation, oggi hanno figli, mutui e un disperato bisogno di ritrovare il bambino che erano. Gli oltre 1,3 miliardi di dollari incassati da Super Mario Bros. – Il film nel 2023 lo hanno dimostrato: il videogame porta sempre in sala, perché il biglietto si compra prima con il cuore e poi con il portafoglio.
Street Fighter e il confronto con il film del 1994
È qui che entra in gioco il nuovo Street Fighter, che si mette inevitabilmente a confronto con lo storico film del 1994. Quello di Steven E. de Souza era un film sgangherato, con Jean-Claude Van Damme nei panni di un improbabile colonnello Guile dall’accento belga, Kylie Minogue in quelli di Cammy e un gigantesco Raul Julia, alla sua ultima prova sul grande schermo, che regalava a Mister Bison una teatralità quasi shakespeariana. Stroncato dalla critica, è diventato un cult proprio grazie ai suoi eccessi.
Sakurai sembra averlo capito e, nel suo Street Fighter, invece di inseguire il realismo, abbraccia l’anima arcade: la storia è ambientata nel 1993, l’anno d’oro delle sale giochi, con Ryu (Andrew Koji) e Ken (Noah Centineo) fratelli adottivi divisi da un trauma, una Chun-Li (Callina Liang) agente dell’Interpol in cerca di vendetta e un Bison affidato all’istrionico David Dastmalchian. Guile, stavolta, ha il volto del wrestler Cody Rhodes, mentre Jason Momoa si trasforma in Blanka.
Flashback e la festa per i fan
Non mancano flashback in animazione 2D che strizzano l’occhio agli anime. Il risultato divide: la critica americana ha lamentato una trama sfilacciata e un umorismo adolescenziale, ma il pubblico si è divertito e ha portato il film in testa al box office statunitense al debutto. A poche settimane dal Resident Evil di Zach Cregger, di cui vi ho parlato a settembre, la differenza salta all’occhio: lì c’era una visione d’autore, qui c’è una festa per fan, colorata, rumorosa e un po’ confusa.
Esattamente come una sala giochi il sabato pomeriggio. Street Fighter non cambierà la storia del cinema, ma non è questo che gli si chiede. Gli si chiede di riportarci lì, con le mani sudate sui pulsanti e la paghetta che finiva sempre troppo in fretta. E per chi è cresciuto a pane e Hadouken, basta il primo «Round one, fight!» per tornare ragazzi: perché certe partite finiscono, ma la voglia di inserire un altro gettone non passa mai.










