NOMI. Bonus edilizi a Casal di Principe: dalle truffe soldi al clan. In 7 a rischio processo

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Franco Cristiano e Salvatore Diana
Franco Cristiano e Salvatore Diana
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CASAL DI PRINCIPE – Sequestro milionario, ora la richiesta di processo. Il pubblico ministero Giuseppe Visone, della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha chiesto il rinvio a giudizio di sette persone coinvolte nell’inchiesta sulle presunte truffe ai danni di Poste Italiane attraverso la cessione di crediti fiscali inesistenti, un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe alimentato anche le casse del clan dei Casalesi, in particolare della fazione Schiavone. L’udienza preliminare è stata fissata dal gup Gabriella Ambrosino per il 15 dicembre, al Tribunale di Napoli. A rischiare il processo sono Massimo Bianco, 55 anni, Franco Cristiano, 42 anni, e Salvatore Diana, 47 anni, tutti residenti a Casal di Principe; Antonio Di Tella, 49 anni, di Villa di Briano; Carmine Elmo, 62 anni, residente a Sant’Antimo; Antonio Piazza, 48 anni, anche lui di Casale, e Alfredo Temperato, 45 anni, di San Marcellino.

Al centro dell’inchiesta, condotta dalla guardia di finanza di Napoli, un presunto sodalizio che avrebbe creato crediti d’imposta fittizi legati ai bonus edilizi per poi cederli a Poste attraverso operazioni di sconto bancario. Il sistema, secondo gli investigatori, prevedeva l’utilizzo di partite Iva, conti correnti, identità digitali e cassetti fiscali per effettuare operazioni di cessione di crediti che, secondo l’accusa, non corrispondevano a lavori realmente eseguiti. Il denaro ottenuto sarebbe stato successivamente movimentato attraverso diversi conti, prelevato in contanti e reinvestito mediante operazioni ritenute di riciclaggio e autoriciclaggio. Agli imputati vengono contestati, a vario titolo, anche reati associativi e l’aggravante della finalità di agevolare il clan dei Casalesi.

Secondo la ricostruzione investigativa, Diana e Bianco avrebbero inizialmente promosso e organizzato il sistema, affidandone successivamente la gestione operativa a Cristiano, ritenuto il principale coordinatore delle attività illecite. Di Tella avrebbe curato le pratiche relative ai crediti, mentre Temperato avrebbe individuato canali per monetizzare i proventi, collaborando anche alla predisposizione delle operazioni. Dalle intercettazioni emergerebbe una precisa ripartizione dei guadagni. In un caso, su un accredito di 415mila euro, il 50 per cento sarebbe stato destinato a Diana e agli altri soci, il 20 per cento ai referenti delle imprese coinvolte e il restante 30 per cento a Cristiano e Temperato. Parte delle somme sarebbe stata poi prelevata in contanti, attraverso operazioni che gli investigatori ritengono funzionali al riciclaggio dei proventi illeciti.

Lo scorso luglio il gip aveva disposto un sequestro per oltre 21 milioni di euro, respingendo invece la richiesta di misure cautelari personali. È però il presunto sostegno economico alla fazione Schiavone del clan dei Casalesi a dare all’inchiesta una particolare rilevanza sul fronte antimafia. Tra gli episodi ricostruiti figurano due presunte consegne di denaro, rispettivamente di 74mila e 215mila euro, che Cristiano avrebbe effettuato a un uomo legato da vincoli di parentela alla famiglia del boss Francesco Schiavone.

Le indagini hanno inoltre documentato contatti tra Cristiano e Pietro Apicella, ritenuto vicino agli ambienti della fazione Schiavone. In una conversazione intercettata, Apicella avrebbe lamentato di non aver ricevuto denaro, mentre Cristiano si sarebbe dichiarato disponibile a procurargli 100mila euro. Né l’uomo indicato come destinatario delle presunte consegne di denaro né Apicella figurano tra i sette destinatari della richiesta di rinvio a giudizio. Sarà ora il giudice dell’udienza preliminare a decidere se accogliere la richiesta della Dda e disporre il processo. Le contestazioni restano ipotesi accusatorie e per tutti vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.

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