L’Atalanta è uscita sconfitta per 2-0 dall’Allianz Stadium al termine di una partita complicata contro la Juventus. Al fischio finale, l’allenatore Maurizio Sarri non ha nascosto la sua profonda amarezza, analizzando la prestazione con parole dure che non hanno risparmiato né la direzione di gara, né i suoi stessi giocatori.
Il tecnico toscano ha individuato le cause della sconfitta in due errori difensivi costati i gol e in una decisione arbitrale che ha pesato sull’economia della gara. L’episodio chiave è avvenuto nell’area juventina: un contatto tra Kalulu e Rowe che, secondo la panchina nerazzurra, avrebbe dovuto portare alla concessione di un calcio di rigore. L’arbitro Zufferli ha però lasciato proseguire il gioco.
La frustrazione maggiore di Sarri è rivolta proprio verso la tecnologia. “Se il VAR non chiama l’arbitro su un episodio così, tanto vale toglierlo”, ha dichiarato con veemenza ai microfoni di DAZN. Il suo commento riflette una critica più ampia al sistema: “Ho sempre detto che tra un uso eccessivo e un non uso, preferisco la seconda opzione. Ma quando un contatto è così evidente, l’intervento diventa necessario per non snaturare il gioco”.
L’analisi dell’allenatore, tuttavia, è andata oltre il singolo episodio. La sua critica si è estesa alla mancanza di personalità mostrata dalla squadra, apparsa incapace di impensierire seriamente la difesa avversaria. “C’era la possibilità di andare a far male, ci siamo accesi solo in un’occasione con Rowe, ma è troppo poco per partite di questo livello”, ha ammesso con onestà intellettuale.
Un tema ricorrente nella sua disamina è stato quello della crescita mentale, che sembra procedere più lentamente di quella tattica. “La squadra è cresciuta dal punto di vista tattico, ma non da quello della personalità”, ha sentenziato. Questa fragilità caratteriale è, ai suoi occhi, il principale ostacolo per il salto di qualità definitivo e per la gestione dei momenti di pressione.
Infine, Sarri ha lanciato un monito per il prosieguo della stagione, esprimendo una certa preoccupazione per la narrativa dell'”anno di costruzione”. “Non vorrei che questo continuo parlare di anno di costruzione faccia scendere un po’ la concentrazione generale”, ha spiegato. Il timore è che tale etichetta possa trasformarsi in un alibi per i giocatori, abbassando il livello di attenzione e la fame di risultati.
La trasferta di Torino si chiude quindi con un bilancio pesante per la Dea, che torna a Bergamo con zero punti e con le riflessioni amare di un allenatore che chiede una reazione immediata, non solo nel gioco ma soprattutto nell’atteggiamento.



