Si chiuderà il 30 giugno un capitolo lungo cinquantatré anni. Bruno Conti e la Roma si separeranno, concludendo un legame che ha attraversato epoche e ruoli, diventando un simbolo indissolubile della storia giallorossa. Una decisione maturata dalla volontà della leggenda romanista di dedicare più tempo alla famiglia, dopo un periodo personale complesso.
La sua avventura nel club è iniziata sui campi da gioco, dove è diventato uno degli esterni più forti della sua generazione, culminando con la vittoria dello Scudetto nel 1983 e del Mondiale con l’Italia nel 1982. Appese le scarpe al chiodo, Conti non ha mai veramente lasciato Trigoria, trasformandosi in una figura dirigenziale di riferimento. Ha ricoperto vari ruoli, inclusa una breve parentesi come allenatore della prima squadra, ma è nel settore giovanile che ha lasciato l’impronta più profonda e duratura.
Come responsabile tecnico del vivaio, Bruno Conti ha dimostrato un intuito eccezionale nello scoprire e coltivare talenti. La sua eredità è visibile ancora oggi nella rosa della Roma e in tutto il calcio italiano. È stato lui a lanciare giocatori come Daniele De Rossi, l’attuale tecnico della squadra, ma anche Alberto Aquilani, Alessandro Florenzi e il capitano Lorenzo Pellegrini. Un lavoro meticoloso proseguito fino agli ultimi anni, con la valorizzazione di giovani come Nicola Zalewski e la scoperta di promesse come Luigi Pisilli.
Il suo fiuto per il talento è diventato leggendario, garantendo al club un flusso costante di giocatori di alto profilo cresciuti in casa. La sua gestione ha rappresentato un modello per la formazione dei giovani calciatori, basata non solo sulla tecnica ma anche sull’insegnamento dei valori e dell’attaccamento alla maglia.
Recentemente, la proprietà del club aveva avviato un progetto di rinnovamento che prevedeva la creazione di una squadra Under 23. A Conti era stato proposto un ruolo di continuità per guidare questa nuova fase, ma ha scelto di declinare l’offerta. La decisione è legata anche alla dura battaglia che ha combattuto e vinto contro una malattia, un’esperienza che lo ha portato a riconsiderare le proprie priorità e a scegliere di ritirarsi a vita privata.
Con il suo addio, la Roma non perde solo un dirigente, ma un pezzo della sua anima. L’eredità di Bruno Conti va oltre i nomi dei calciatori che ha scoperto; rappresenta un’intera vita spesa per i colori giallorossi, un esempio di dedizione e competenza che difficilmente potrà essere eguagliato nel calcio moderno.






