Italia, la proposta di un ecologismo conservatore

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Ecologismo conservatore
Ecologismo conservatore

Il mondo conservatore deve costruire una propria cultura ambientalista, alternativa sia al negazionismo climatico sia all’ambientalismo più ideologico. Questa è la tesi che Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura, ha esposto nel podcast “Italia in transizione” di Adnkronos. Il punto di partenza è una distinzione culturale: parlare di “natura”, intesa come parte di un “creato” che include l’uomo, anziché di “ambiente”, che porrebbe l’essere umano in contrapposizione.

Secondo Giubilei, la destra ha commesso l’errore di lasciare il dibattito ecologista in mano a movimenti radicali come Ultima Generazione, perdendo il contatto con i giovani. Criticare il Green Deal o figure come Greta Thunberg non è stato sufficiente. Per questo ha proposto un “ecologismo conservatore” fondato su azioni concrete e locali: la cura dei quartieri, la pulizia delle spiagge e la valorizzazione dei parchi pubblici. L’ispirazione viene dal filosofo Roger Scruton, per cui la tutela ambientale deve nascere dalla comunità e dalla responsabilità diretta verso i luoghi in cui si vive, non da direttive astratte e globali.

Il tema energetico è stato centrale nella discussione, con un focus sulla competitività industriale. L’Italia, secondo Giubilei, paga gli errori strategici europei che hanno portato a costi energetici elevati e a una forte dipendenza dall’estero. La soluzione proposta è un ritorno a un vero mix energetico, che integri diverse fonti: sviluppo delle rinnovabili, uso del gas come risorsa di transizione e un’apertura decisa al nucleare di nuova generazione, come i mini reattori modulari. Solare ed eolico sono indispensabili, ma non possono da soli sostenere un sistema industriale avanzato che richiede energia stabile e continua.

Giubilei ha dedicato ampio spazio alla necessità di superare la cultura del “no” e la sindrome Nimby (“Not in my backyard”), che in Italia hanno bloccato per anni infrastrutture strategiche come gasdotti e termovalorizzatori. Ha sostenuto che il costo ambientale ed economico del “non fare” è spesso superiore all’impatto delle opere stesse.

Una critica puntuale è stata rivolta al Green Deal europeo. Il problema, secondo l’analisi, non è l’obiettivo della sostenibilità, ma il metodo “dirigista” scelto da Bruxelles, basato su obblighi e scadenze rigide. Gli esempi citati sono l’imposizione dell’auto elettrica e la direttiva sulle “Case Green”, normative che rischiano di scaricare costi insostenibili su famiglie e imprese senza considerare le reali condizioni economiche e sociali.

Questa transizione, gestita in modo ideologico, avrebbe già indebolito l’Europa, come dimostrerebbe la crisi dell’automotive tedesco e la chiusura delle centrali nucleari in Germania, a vantaggio della competitività asiatica. La linea proposta è quindi quella di una transizione ecologica pragmatica, che tenga insieme tutela ambientale, sviluppo industriale e consenso sociale, evitando che la sostenibilità sia percepita come un’imposizione.

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