CASAL DI PRINCIPE – Non solo una richiesta di denaro nata da un affare saltato nel mondo delle auto di lusso. Secondo la Dda di Napoli, dietro la pretesa da oltre 600mila euro avanzata nei confronti di un imprenditore 40enne originario di Santa Maria Capua Vetere, attivo nel settore delle supercar e degli orologi di pregio, ci sarebbe stata una progressiva escalation intimidatoria culminata nel coinvolgimento di figure che l’Antimafia colloca nell’orbita del clan dei Casalesi.
È uno dei passaggi centrali dell’inchiesta coordinata dal pm Alfredo Gagliardi, che ha portato al decreto di fermo per nove persone e che coinvolge complessivamente dodici indagati. Al centro della ricostruzione c’è Carmine Derrotti, 35enne originario di Napoli, indicato dagli investigatori come il soggetto che avrebbe rivendicato il presunto credito nei confronti dell’imprenditore. Una somma enorme, superiore ai 600mila euro. Ma, per la Dda, il tentativo di recuperare quei soldi sarebbe presto uscito dal piano di un normale contenzioso economico.
La vittima, nella denuncia, ha raccontato di essere stata contattata tramite videochiamata da un soggetto che conosceva come Pasquale. Durante quella comunicazione, secondo quanto riferito agli investigatori, il telefono sarebbe passato a un altro uomo, riconosciuto poi in Pasquale Apicella, detto ’o Bellomm, figura che la Dda colloca stabilmente nel contesto del clan dei Casalesi, con rapporti con le articolazioni riconducibili alle famiglie Schiavone e Bidognetti.
Apicella, già raggiunto lo scorso dicembre da un’altra misura cautelare in un diverso procedimento con contestazioni di mafia, stando al racconto della persona offesa, avrebbe pronunciato una frase dal forte valore intimidatorio: “Tieni un problema a Casale, quando ci possiamo vedere?”. Alla richiesta di chiarimenti, il riferimento sarebbe stato “alla questione di quell’auto di Carmine”.
Per la Dda, quel passaggio non avrebbe avuto un significato neutro o meramente mediatorio. Al contrario, avrebbe rappresentato un modo per rafforzare la pretesa di Derrotti attraverso la spendita del nome e del peso criminale del clan. Nella ricostruzione dei pm, Apicella sarebbe intervenuto come moltiplicatore della pressione intimidatoria sulla vittima, inserendo la vicenda in una dimensione mafiosa.
Un ruolo di collegamento viene attribuito anche a Pasquale Corvino, indagato a piede libero. Secondo la Dda, sarebbe stato lui a mettere in contatto la vittima con Apicella, agendo da cerniera relazionale tra l’imprenditore e il presunto riferimento criminale evocato per dare forza alla richiesta di pagamento. Anche Corvino, per l’accusa, avrebbe contribuito alla costruzione della pressione intimidatoria.
Il quadro, secondo gli inquirenti, si sarebbe poi arricchito di un ulteriore episodio. Circa dieci giorni dopo la denuncia, l’imprenditore avrebbe ricevuto la visita di Francesco Argenziano, 49enne di Caserta, che lo avrebbe invitato a recarsi a Recale, nell’abitazione di uno dei fratelli Menditti, per mettersi in contatto tramite videochiamata con un soggetto detenuto. Argenziano, sempre secondo il racconto della vittima, gli avrebbe detto: “Quelli ti hanno mandato a chiamare e tu non ti sei presentato”.
Il decreto di fermo riguarda, oltre a Derrotti, Francesco Argenziano, Domenico Buonavolontà Cuono, 33enne di Napoli, Pasquale Campolattano, 44enne di Maddaloni, Andrea e Fabrizio Menditti, di Recale, Antonio Rosato, 50enne, Lorenzo Smeragliuolo, 38enne di Marcianise, e Marco Varletta, 44enne di Maddaloni. Le loro posizioni saranno valutate dal gip Angela Mennella. Apicella, Corvino e Marco Albertini, 47enne di Napoli, risultano invece sotto inchiesta a piede libero.
Nel collegio difensivo figurano gli avvocati Giuseppe De Lucia, Nello Sgambato, Andrea Piccolo, Carlo De Stavola, Massimo Guadagni, Michele Ferraro e Nicola Musone.
Agli indagati – tutti da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile – vengono contestati, a vario titolo, i reati di tentata estorsione, sequestro di persona, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, rapina e lesioni, con l’aggravante mafiosa.








