MARCIANISE – La Cassazione conferma la condanna a dieci anni di reclusione per Gennaro Buonanno, alias Gnucchino, affiliato al clan Belforte, chiudendo un lungo iter processuale iniziato oltre dieci anni fa. La prima sezione penale della Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa contro la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Napoli in sede di rinvio, confermando così il verdetto pronunciato dal Tribunale di Napoli il 27 febbraio 2015.
Il procedimento riguarda l’accusa di partecipazione a un’associazione di tipo camorristico armata riconducibile alla cosca operante nell’area di Marcianise. Contestazione che, secondo l’impianto accusatorio accolto dai giudici, sarebbe rimasta aperta dal settembre del 1998 fino alla sentenza di primo grado.
La vicenda giudiziaria aveva già attraversato diversi passaggi processuali: nel 2016 la Corte d’Appello di Napoli aveva assolto l’imputato, ma quella decisione venne successivamente annullata dalla Cassazione, che dispose un nuovo giudizio ritenendo carente la motivazione assolutoria rispetto agli elementi valorizzati dal Tribunale. Nel nuovo processo d’appello i giudici napoletani avevano quindi confermato integralmente la condanna, decisione ora resa definitiva dalla Suprema Corte.
Al centro dell’inchiesta ci sono soprattutto alcune pen drive sequestrate il 23 gennaio 2007 nell’abitazione di un affiliato al clan poi diventato collaboratore di giustizia. Secondo gli investigatori quei supporti informatici custodivano la contabilità interna dell’organizzazione criminale: annotazioni sugli affiliati, sulle attività illecite, sui pagamenti e sugli stipendi destinati ai sodali. Tra i nominativi compariva anche quello dell’imputato, indicato come destinatario di erogazioni economiche da parte del gruppo camorristico.
Per i giudici della Cassazione proprio questo elemento documentale costituisce una prova centrale della permanenza dell’uomo all’interno del clan anche dopo il suo arresto avvenuto nell’agosto del 1998. Nella sentenza viene infatti richiamato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui lo stato detentivo non determina automaticamente la cessazione della partecipazione a un’associazione mafiosa. Al contrario, il mantenimento economico del detenuto e della sua famiglia da parte del clan rappresenterebbe un indice concreto della perdurante appartenenza al sodalizio.
La Suprema Corte ha inoltre ritenuto pienamente attendibili le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ascoltati nel corso del processo. Diversi pentiti, tutti ritenuti interni o vicini al clan di Marcianise, hanno descritto l’imputato come un soggetto operativo nei settori delle estorsioni e del traffico di stupefacenti, inserito stabilmente nell’organizzazione e in rapporto diretto con i vertici del gruppo criminale. Alcuni collaboratori hanno riferito di incontri avuti con lui anche durante periodi di restrizione domiciliare, mentre altri hanno parlato di attività estorsive, gestione della droga e disponibilità di armi.
La difesa, rappresentata dal legale Massimo Trigari, aveva contestato duramente il valore delle dichiarazioni accusatorie, sostenendo l’assenza di riscontri concreti e mettendo in evidenza alcune assoluzioni ottenute dall’imputato in altri processi per omicidio basati sulle dichiarazioni degli stessi collaboratori. I legali avevano inoltre insistito sull’incompatibilità tra alcuni episodi narrati dai pentiti e lo stato detentivo dell’imputato in quegli anni. Argomentazioni che però non hanno convinto i giudici di legittimità.
Per la Cassazione le dichiarazioni dei collaboratori convergono sull’appartenenza stabile dell’imputato al clan camorristico. Eventuali imprecisioni temporali o l’assenza di riscontri su singoli episodi, secondo i giudici, non scalfiscono il quadro accusatorio, ritenuto coerente e confermato dai dati contenuti nelle pen drive sequestrate nel 2007.
La Corte richiama inoltre le frequentazioni con esponenti del clan, precedenti condanne per reati associativi, droga ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso, oltre alle stesse ammissioni rese dall’imputato sui rapporti con ambienti criminali e attività legate a estorsioni e stupefacenti.
Con il rigetto del ricorso, deciso lo scorso febbraio ma con motivazioni rese note la scorsa settimana, la Cassazione ha quindi reso definitiva la condanna a dieci anni di reclusione, disponendo anche il pagamento delle spese processuali. Buonanno, nonostante la sentenza definitiva, continua a scontare la sua pena ai domiciliari.





