L’acquisto online con la promessa del reso gratuito nasconde un costo ecologico allarmante. Ogni pacco che viaggia tra magazzini e abitazioni aumenta le emissioni di CO2, contribuendo all’inquinamento atmosferico. Questa comodità per il consumatore si traduce in un pesante fardello per l’ambiente che non viene quasi mai considerato.
Il percorso di un capo restituito è tortuoso. Dopo la spedizione, viene trasportato in un centro logistico per essere ispezionato. Personale specializzato verifica che il prodotto sia integro, non indossato o danneggiato. Anche un piccolo difetto o un odore possono renderlo invendibile come nuovo, destinandolo a un percorso alternativo.
A ciò si aggiunge il “wardrobing”, l’abuso di chi acquista un abito per un singolo evento e poi lo restituisce. Si stima che una parte significativa dei resi fast fashion non venga reimmessa sul mercato. Per le aziende, gestire un reso ha spesso costi logistici superiori al valore del capo stesso, incentivandone l’eliminazione.
La destinazione finale di troppi articoli è la discarica o l’inceneritore. Invece di essere riciclati, tonnellate di tessuti diventano rifiuti. Realizzati con fibre sintetiche come il poliestere, impiegano secoli per decomporsi, rilasciando microplastiche e sostanze tossiche nel suolo e nell’acqua, con un danno ambientale permanente.
Una causa fondamentale è la mancanza di taglie standardizzate. L’incertezza spinge i consumatori a ordinare più misure dello stesso articolo (“bracketing”), pianificando la restituzione. Questa abitudine, favorita da politiche di reso permissive, non solo triplica l’impatto dei trasporti, ma alimenta un modello di sovrapproduzione insostenibile.
La stagionalità della moda aggrava il problema. Un capo restituito a fine stagione perde quasi tutto il suo valore commerciale. Per l’azienda, conservarlo in magazzino per un anno ha un costo superiore al suo smaltimento. Diventa quindi economicamente più conveniente gettarlo, in un ciclo di spreco giustificato dalla logica del profitto.
Serve un cambiamento culturale. I consumatori possono fare la loro parte acquistando in modo consapevole e consultando le guide alle taglie. Le aziende dovrebbero investire in tecnologie per ridurre le incertezze sulla vestibilità e riconsiderare la gratuità delle restituzioni. Un reso non è mai “gratuito”: il suo vero prezzo lo paga il pianeta.






