Un nuovo studio ha rivelato una verità preoccupante sulla contaminazione da plastica negli alimenti per l’infanzia. Le analisi, condotte dal laboratorio norvegese SINTEF Ocean, hanno esaminato bustine di omogeneizzati dei marchi Gerber (proprietà di Nestlé) e Happy Baby Organics (proprietà di Danone), due colossi del settore alimentare globale.
I prodotti, acquistati tramite un rivenditore online europeo, sono diffusi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Medio Oriente. I risultati dei test sono stati allarmanti: per ogni grammo di pappa, le confezioni Gerber hanno rilasciato in media fino a 54 particelle di microplastiche, mentre quelle di Happy Baby Organics ne hanno rilasciate fino a 99.
Questo si traduce in una stima di oltre 5.000 particelle di microplastiche per singola bustina a marchio Gerber e più di 11.000 per ogni confezione Happy Baby Organics. La causa della contaminazione è stata individuata nel rivestimento interno in polietilene, che si degrada a contatto con il cibo.
Poiché il metodo di analisi era limitato a frammenti di dimensioni superiori a 20 micrometri, è plausibile che negli alimenti siano presenti anche particelle più piccole, come le nanoplastiche, potenzialmente più pericolose.
Oltre alla plastica, sono state identificate 111 sostanze chimiche diverse nelle bustine Gerber e 81 in quelle Happy Baby Organics. Nei campioni Gerber è stata inoltre rilevata la presenza del 2,4-Di-tert-butylphenol, un noto interferente endocrino. Questa sostanza è fonte di grave preoccupazione, poiché può alterare lo sviluppo ormonale anche a dosi estremamente basse, soprattutto nei primi mesi di vita.
I neonati sono particolarmente vulnerabili a questi contaminanti. Il loro organismo possiede una capacità limitata di metabolizzare le sostanze chimiche e le loro barriere intestinale ed emato-encefalica sono più permeabili. Le tossine possono quindi circolare più a lungo nel corpo e le nanoplastiche accumularsi negli organi, causando stress infiammatorio e ossidativo.
Il problema riflette una crisi più ampia. Gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 40% della produzione e dei rifiuti plastici a livello globale. Senza un cambio di rotta, la produzione di plastica è destinata a raddoppiare entro il 2050, aggravando ulteriormente la pressione sui sistemi di gestione dei rifiuti e sull’ambiente.
Le multinazionali come Nestlé e Danone, principali promotrici degli imballaggi monouso, sono state più volte classificate tra le aziende più inquinanti al mondo dal movimento Break Free from Plastic. La loro continua dipendenza da questi materiali espone milioni di consumatori a rischi sanitari.
La soluzione proposta dagli esperti e dalle associazioni ambientaliste è un Trattato globale sulla plastica. Un accordo internazionale vincolante che obblighi le aziende a ridurre la produzione alla fonte e a investire in sistemi di vendita di prodotti sfusi o con imballaggi riutilizzabili, per proteggere la salute umana e il pianeta.














