Post democrazia

Se un giorno riuscissimo a rinnovare, attraverso un’assemblea costituente eletta direttamente dal popolo (integrata da personalità della cultura giuridica e costituzionale indicate dal Capo dello Stato), la Carta costituzionale, forse la democrazia risorgerà. Non è blasfemia politica la mia, né tantomeno voglia di critica distruttiva, quanto il sereno convincimento che nel Belpaese ci siamo infilati in una nuova era sociale, con strumenti ormai anacronistici per poterla adeguatamente governare. “Il futuro non si aspetta, si prepara e ammonisce” recita un vecchio adagio. Ed è forse questo l’unico elemento di doglianza che può essere rivolto alla nostra classe politica che circumnaviga e cincischia intorno alla cronaca, ma ignora ripetutamente una visione più larga che possa farsi storia.

Il resto del problema risiede nella inadeguatezza degli strumenti con i quali affrontiamo il radicale cambiamento sociale, il quale, purtroppo, non dipende solo da noi, intesi come singola nazione. Diversi sono i fattori internazionali che hanno alimentato il cambiamento, a cominciare da quel processo che va sotto il nome di globalizzazione, la quale ha reso la competizione economica, che orienta sempre quella politica, un elemento sovranazionale. La necessità di creare aggregati sovranazionali per i paesi più piccoli, rispetto ai colossi geopolitici (USA, Russia, Cina, India), necessita di una sintesi politica, una governance unica e quindi della cessione di quote di sovranità nazionale.

In questo frangente innanzi alla crisi afghana si fa presente anche la necessità di dar vita ad un esercito comune oltre che ad un’Europa politica meno farraginosa e ridondante. L’Italia ha necessità supplementari, che peraltro sono ormai vecchie, come l’aggiornamento della Magna Carta, le riforme istituzionali accompagnate da una decente riforma elettorale, la riforma della giustizia, della burocrazia e della pubblica amministrazione e quella del fisco. Insomma: un ammodernamento ed un efficientemente dello Stato post bellico della metà del secolo scorso. Perché tutto questo accada c’è bisogno di una diffusa consapevolezza che la riforma della Carta e di conseguenza dello Stato, sia urgente ed indispensabile per il rilancio dell’efficienza nazionale. Una consapevolezza che non può rimanere estranea alla rinascita della politica e dei partiti politici, quelli gestiti su base democratica e soggetti alla scalata da parte dei contendenti ai vertici del partito medesimo. Partiti di plastica, identificabili su base personale più che valoriale ed ideale, non servono e non serviranno in futuro.

Senza politica non c’è governo della società e senza partiti non c’è politica, nel senso alto e nobile della parola. Finiti i tempi della furia iconoclasta contro la politica ed i partiti, il pregiudizio negativo verso queste entità e la loro legittimazione costituzionale a fare da “trait d’union” tra società civile e governo della collettività. Per un lungo trentennio ci si è affidati al populismo culturale, alla destrutturazione delle forme partitiche ideologiche in favore di un personalismo che offriva strabilianti sogni di benessere senza soluzione di continuità. Immagini stereotipate di leader carismatici sulle cui spalle doveva realizzarsi il miracolo di una frittata (la società libera ed opulenta) senza le uova (le forze politiche democratiche). Il tempo ha disvelato la pochezza di quei presupposti leaderistici, inducendo disaffezione e delusione in un elettorato ritiratosi sdegnosamente nell’astinenza e nel disinteresse.

Parimenti è avvenuto per l’utopia rivoluzionaria del M5S, dell’assemblearismo permanente e delle decisioni assunte su base telematica ed in chiave anti-sistema. Un qualunquismo testimoniato, in queste ore, nella corsa alla presentazione di liste civiche con la rarefazione di quelle politiche. Una pletora di civiche a sostegno di un candidato auto propostosi oppure individuato senza alcuna ratifica da parte di organismi partecipati e democratici. Ecco allora che a Napoli, tra Comune e circoscrizioni, ben 10mila candidati sostengono sette sindaci per poco meno di 500mila elettori, un candidato ogni 50 votanti. A Caserta record di 31 liste con 753 candidati e sette candidati sindaci, per 62.000 votanti, un candidato ogni 80 elettori. Parimenti per Salerno con 985 candidati e 9 aspiranti sindaci e Benevento con 600 candidati e 4 aspiranti primi cittadini.

Con rapporti tra candidati e votanti che non arrivano ai cento elettori. Un’orgia di candidature, di gente raccattata per lo più per via di affinità amicale e familiare, perlopiù senza un orientamento politico. Siamo quindi ad una sorta di post democrazia, ad una babele senza capo né coda che costituisce il brodo di coltura per amministrazioni traballanti ed estemporanee. Senza un minimo comune denominatore che li orienti verso modelli gestionali precostituiti si appaleseranno degli orecchianti e come tali interpreteranno il ruolo di consiglieri comunali. Insomma: si tratterà di una competizione che somiglierà ai ludi cartacei di mussoliniana definizione. Una post democrazia senza costrutto politico.

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