Wimbledon: italiani agli ottavi come in 142 anni

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Sport tennis
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L’erba di Wimbledon, un tempo considerata un ostacolo insuperabile per il tennis italiano, è diventata un terreno di conquista. Se il Roland Garros rappresentava storicamente lo Slam più favorevole, il torneo londinese era sinonimo di difficoltà. Questa tendenza si è invertita in modo deciso, segnando l’inizio di un’età dell’oro per i tennisti azzurri.

Il cambiamento ha una doppia radice. Una, di natura tecnica, risale al 2001, quando l’All England Club modificò la composizione dei campi utilizzando il 100% di loietto perenne. Questa scelta ha reso il rimbalzo della palla più alto, lento e regolare. Tuttavia, il merito principale va a una nuova generazione di atleti di eccezionale talento, capaci di imporsi su ogni superficie.

I numeri sono emblematici e certificano la svolta. A partire dall’edizione del 2019, con la sola interruzione del 2020 per la pandemia, i tennisti italiani hanno raggiunto per ben 13 volte gli ottavi di finale del singolare maschile. Un dato straordinario se confrontato con la storia: nei 142 anni precedenti, dal 1877 al 2018, si era registrato lo stesso numero di qualificazioni alla seconda settimana. In poche stagioni è stato eguagliato un secolo e mezzo di storia.

Protagonista di questa nuova era è stato Matteo Berrettini, apripista con la storica finale raggiunta nel 2021. A lui si è affiancato Jannik Sinner, che ha garantito una presenza costante nelle fasi finali del torneo con una semifinale e diversi quarti di finale. Hanno contribuito a questo successo anche Lorenzo Musetti, spintosi fino alla semifinale, Lorenzo Sonego e Flavio Cobolli, consolidando la presenza italiana ai vertici.

Prima di questa generazione, i risultati di rilievo a Wimbledon erano eventi sporadici. La storia ricorda il quarto di finale di Uberto De Morpurgo nel 1928 e la semifinale di Nicola Pietrangeli nel 1960, per decenni il miglior piazzamento azzurro. Successivamente, si sono registrati solo lampi isolati come i quarti di finale di Adriano Panatta (1979) e Davide Sanguinetti (1998), o gli ottavi di Andreas Seppi (2013), a conferma di quanto fosse ostico il manto erboso londinese.

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