Sharenting in Italia: i pericoli per i minori

47
Privacy minori
Privacy minori

Il termine ‘sharenting’, nato dall’unione delle parole inglesi ‘share’ (condividere) e ‘parenting’ (genitorialità), ha definito una pratica sempre più diffusa: la pubblicazione costante di foto e video dei propri figli sui social network. Questa abitudine, che secondo le stime ha contagiato circa tre genitori su quattro, è stata oggetto di crescenti preoccupazioni da parte di psicologi, educatori e sociologi.

Le critiche si sono concentrate sui molteplici rischi legati a questa sovraesposizione mediatica. Il pericolo principale riguarda la violazione della privacy dei minori, i quali non sono in grado di fornire un consenso informato alla diffusione della propria immagine. Di fatto, sono diventati soggetti passivi delle scelte degli adulti, che ne determinano la presenza digitale senza un reale contraddittorio.

Ogni contenuto pubblicato contribuisce a creare un’impronta digitale permanente. Ciò che viene condiviso online può rimanere accessibile per anni, influenzando potenzialmente il futuro personale e professionale del bambino una volta diventato adulto. Le immagini e le informazioni divulgate, come dettagli sulla routine quotidiana o luoghi frequentati, hanno inoltre sollevato seri problemi di sicurezza, poiché potrebbero essere utilizzate in modo improprio da malintenzionati.

A questo si aggiunge un impatto psicologico non trascurabile. L’esposizione continua ha incentivato una cultura dell’apparenza, spingendo i bambini a curare la propria immagine come se fossero modelli. Crescere sotto i riflettori digitali rischia di alimentare un forte narcisismo e di spostare il focus dalle relazioni umane reali a una dimensione prettamente virtuale, dove l’approvazione si misura in like e condivisioni.

È emerso un paradosso significativo da una recente indagine di Demopolis. Mentre l’84% dei genitori ha indicato la dipendenza da Internet come la principale preoccupazione per i propri figli, molti di loro contribuiscono attivamente a costruirne l’identità online. Questa paura supera quella per la violenza (71%), il bullismo (66%) e l’uso di sostanze stupefacenti (58%).

Per arginare il fenomeno, gli esperti hanno suggerito una serie di contromisure basate sulla consapevolezza. Prima di pubblicare, un genitore dovrebbe chiedersi se il contenuto potrebbe mettere a disagio il figlio in futuro, se la condivisione risponde a un bisogno personale o a un interesse del minore e se espone dettagli privati non necessari.

È stata inoltre raccomandata l’adozione di regole precise. Si dovrebbe evitare di condividere immagini umilianti, legate a momenti di fragilità emotiva, problemi di salute o punizioni, così come contenuti che mostrano nudità o momenti intimi della vita familiare.

Infine, una strategia fondamentale consiste nel limitare la diffusione dei contenuti. Utilizzare account privati, condividere post solo con cerchie ristrette di persone fidate e disattivare sempre la geolocalizzazione sono passi importanti per proteggere i bambini da usi impropri delle loro informazioni personali.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome