I legami del cognato del delfino del clan di Casapesenna con la politica. Fari della Dda sugli incontri con imprenditori del medicale e dei rifiuti

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Vincenzo Pellegrino e Carlo Marino
Vincenzo Pellegrino e Carlo Marino

CASERTA – Uomini d’affari alla ricerca di appalti, attenti ai territori in cui inserirsi e, soprattutto, alle dinamiche politiche. Nulla di illecito, in sé. Ma, secondo i carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, sullo sfondo di quei rapporti si muove l’ombra del clan dei Casalesi. È in questa cornice che conversazioni tra imprenditori, riunioni e ipotesi di sostegno elettorale vengono lette dagli investigatori come segnali da approfondire.

Al centro del capitolo c’è Vincenzo Pellegrino, coinvolto – a piede libero – nella recente indagine sul gruppo Zagaria. Pellegrino, cognato di Filippo Capaldo, indicato come il ‘delfino’ del boss Michele Zagaria Capastorta, è considerato dagli inquirenti un colletto bianco che avrebbe contribuito al reimpiego di denaro di provenienza illecita. Risponde, tra le altre accuse, anche di trasferimento fraudolento di beni.

Monitorando i suoi spostamenti, i carabinieri documentano alcuni incontri nel Centro direzionale di Napoli, area che ospita sedi di società, uffici pubblici e anche quelli del Consiglio regionale. Qui, nell’estate del 2023, Pellegrino incontra un imprenditore nel settore della distribuzione di dispositivi medicali e un amministratore delegato di una società beneventana attiva nello smaltimento dei rifiuti. Il colloquio, intercettato dai militari, parte da un passato politico comune: il sostegno all’Udeur di Clemente Mastella e i rapporti con Tommaso Barbato, già senatore, che con Pellegrino aveva condiviso la partecipazione al processo Medea (nato da un’inchiesta sui colletti bianchi legati sempre al clan Zagaria), dal quale entrambi sono usciti assolti. Poi la conversazione scivola sugli affari e sull’organizzazione dei rapporti tra territori.

Il businessman dei rifiuti, secondo quanto riportato dagli investigatori, ragiona sulla necessità di creare una sinergia: “Loro ci stanno a rappresentare lì e noi li rappresentiamo qua”. L’idea, secondo la lettura dei carabinieri, sarebbe stata quella di evitare assegnazioni sempre alle stesse imprese e di costruire una sorta di “gemellaggio” tra ditte di Napoli e Caserta, così da allontanare sospetti. Pellegrino approva: “Certo, è meglio girare”.

Nel dialogo si parla anche di direttori generali di ospedali campani e di politici. Nella parte finale, mentre Pellegrino si allontana con l’uomo d’affari legato al settore dei dispositivi medici, il discorso si concentra sulle dinamiche elettorali. Pellegrino racconta di presunti sostegni dati in passato e spiega che in quel momento stava monitorando lo scenario politico campano. Dice, secondo l’intercettazione, di aver dato “una mano a Carlo Marino” (sindaco di Caserta fino al 2025, quando il Comune è stato sciolto per infiltrazione mafiosa) e aggiunge che “si potrebbe chiedere anche una mano a Carlo Marino”, ma invita ad attendere: “Aspettiamo gli eventi perché non sappiamo”. Il motivo sarebbe legato agli equilibri tra Luigi Bosco, Clemente Mastella e, appunto, Marino.

Subito dopo compare anche il riferimento a un politico divenuto centrale nella politica casertana, il mondragonese Giovanni Zannini, ora sottoposto al divieto di dimora in Campania (e nelle regioni confinati) per un’accusa di corruzione, truffa e falso (contestategli dalla Procura di S. Maria Capua Vetere). Parlando del consigliere regionale di Mondragone, all’epoca nell’area della maggioranza che sosteneva Vincenzo De Luca in Regione e oggi in Forza Italia, Pellegrino afferma: “Noi ci sediamo. Lui quello che ci dirà… lo faccio fare comunque. Zannini lo appoggia a trecentosessanta gradi”.

I politici citati nelle conversazioni, cioè Marino, Mastella, Bosco e Zannini, sono estranei all’indagine dell’Antimafia sul gruppo Zagaria. E l’interesse di Pellegrino per queste dinamiche, così come l’eventuale sostegno elettorale, non costituisce di per sé una condotta illecita. Ma per gli investigatori quelle conversazioni avrebbero un altro peso: dimostrerebbero, nella loro ricostruzione, il tentativo di ottenere considerazione e collaborazione in vista delle consultazioni elettorali, all’epoca con le Europee ormai vicine.

Secondo i carabinieri, coordinati dai pm della Dda di Napoli Andrea Mancuso e Maurizio Giordano, Pellegrino, sia per il rapporto di parentela con il nipote di Michele Zagaria sia per la sua attività imprenditoriale, prevalentemente nel settore edile, si sarebbe accreditato presso politici, imprenditori e dirigenti con l’obiettivo di stringere accordi e arrivare a compromessi. Il tutto facendo leva, ipotizzano gli investigatori, sulla capacità di orientare un bacino elettorale. Una capacità che, secondo gli atti, gli viene riconosciuta anche dall’imprenditore della società beneventana, che parla di Pellegrino come di un vero e proprio “gruppo”.

Per i carabinieri, dunque, quel dialogo rappresenta un campanello d’allarme: soggetti ritenuti vicini ad ambienti mafiosi avrebbero tentato di inserirsi nei circuiti politici e amministrativi, cercando relazioni utili per appalti e sostegno elettorale.

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