CASAPESENNA – Prima il debito, poi la pressione quotidiana sul caseificio, infine l’interesse degli Zagaria a trasformare quella crisi in un affare. È uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta sul gruppo mafioso di Casapesenna, coordinata dai pm della Dda di Napoli Maurizio Giordano e Andrea Mancuso. Al centro della ricostruzione c’è un’attività con sede a Varcaturo. Il titolare, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, si sarebbe trovato in una situazione economica sempre più difficile a causa di un debito di circa 150-160mila euro, ritenuto frutto di prestiti a strozzo collegati ad ambienti del clan Mallardo di Giugliano. Una esposizione pesante, che avrebbe consentito al gruppo criminale di mettere le mani sull’attività.
Secondo l’accusa, nel mese di aprile 2022 il caseificio sarebbe stato piantonato per giorni da uomini riconducibili ai Mallardo. Il titolare sarebbe stato costretto prima a tollerare il prelievo dell’intero incasso giornaliero dalla cassa e poi a consegnare le chiavi dell’esercizio commerciale, venendo di fatto estromesso dalla gestione. Una condotta che, per i pm, avrebbe provocato alla vittima un danno economico rilevante e avrebbe rafforzato il controllo del territorio da parte del clan di Giugliano.
In questo troncone dell’inchiesta compaiono i nomi di Pietro Tortorelli, detto Pietro ’o russ, indicato come esponente del clan Mallardo e referente operativo in assenza di Gennaro Trambarulo, detto anche Gennaro ’o pazz, detenuto. Con lui, secondo la contestazione, avrebbero agito Umberto D’Aiello, Carmine Maisto e Luigi Sarracino. Tortorelli viene indicato come mandante, mentre D’Aiello, Maisto e Sarracino avrebbero operato materialmente sul campo, eseguendo le direttive e contribuendo alla pressione sul titolare del caseificio. Per loro i pm contestano l’estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Mallardo.
È dentro questa morsa che, a detta degli investigatori, si sarebbe inserito l’interesse degli Zagaria. L’intervento sarebbe nato attraverso un parente del titolare, che avrebbe chiesto ad Antonio Zagaria una mediazione per ottenere una dilazione e alleggerire la pressione dei creditori. Ma per la Dda quella richiesta avrebbe aperto uno scenario diverso: non una semplice intercessione, bensì la possibilità di rilevare il debito, entrare nella gestione del caseificio e acquisire l’attività attraverso un prestanome.
Antonio Zagaria, negli atti, viene indicato come il punto di riferimento della manovra. Sarebbe stato lui a impartire le direttive e ad affidare a Carlo Bianco, considerato uno degli operativi della cosca di Casapesenna, il compito di trattare con i referenti del gruppo di Varcaturo. Bianco si sarebbe mosso con Giuseppe Granata, altro soggetto ritenuto intraneo al clan e considerato utile per i rapporti con l’ambiente criminale di Giugliano. I due avrebbero incontrato esponenti riconducibili ai Mallardo per capire l’entità reale del debito e verificare le condizioni per chiudere l’operazione.
Dalle conversazioni captate emerge che il caseificio veniva considerato appetibile. Non solo per la produzione, ma anche per la posizione: Varcaturo, il passaggio verso il mare, il punto vendita, la possibilità di ampliare l’offerta con altri prodotti alimentari. L’idea, secondo gli investigatori, era chiara: pagare o rilevare il debito, subentrare nell’attività e poi mettere fuori gioco il titolare.
A quel punto sarebbe entrato in scena Carmine Zagaria. Se Antonio avrebbe gestito la fase relazionale e operativa della trattativa, Carmine viene indicato negli atti come il componente della famiglia più esperto nel settore caseario e bufalino. A lui sarebbe stata ricondotta la valutazione della convenienza economica dell’affare. Per questo sarebbe stato coinvolto un imprenditore del comparto, incaricato di effettuare un sopralluogo nella struttura per verificare macchinari, sala latte, ambienti di lavorazione e punto vendita.
Il sopralluogo, monitorato dagli investigatori, viene descritto come uno snodo decisivo. L’emissario sarebbe arrivato al caseificio e avrebbe visitato i locali con il parente del titolare e con lo stesso titolare, alla presenza, secondo gli atti, anche di soggetti riconducibili al gruppo Mallardo. In pochi minuti avrebbe raccolto gli elementi necessari per riferire a chi, secondo gli inquirenti, doveva decidere se andare avanti nell’operazione.
La vicenda del caseificio di Varcaturo diventa così il punto d’incontro tra due livelli criminali: da una parte il clan Mallardo, che per l’accusa avrebbe imposto il proprio controllo sull’attività per rientrare del credito usurario; dall’altra la fazione Zagaria, che avrebbe valutato di subentrare sfruttando proprio quella posizione debitoria. Il debito, in questa ricostruzione, diventa la leva per piegare un imprenditore, controllare un’azienda e trasformare una crisi in un’occasione di investimento.
Tutte le accuse restano da provare nelle sedi processuali. Nella prima fase della complessa inchiesta sul clan di Casapesenna erano scattate misure cautelari anche per i fratelli Antonio e Carmine Zagaria, Carlo Bianco e Giuseppe Granata, poi annullate dal Riesame per ragioni legate alla composizione dell’ordinanza (troppo aderente alle richieste di arresto della Dda). Ma dagli atti emerge una lettura precisa: il caseificio sarebbe stato prima assoggettato dal clan Mallardo e poi osservato con interesse dagli Zagaria, secondo una logica che gli investigatori collegano al tentativo della famiglia di Casapesenna di muoversi non solo sul terreno dell’intimidazione, ma anche su quello degli affari e del riciclaggio nell’economia legale.









