CASERTA – Era agli arresti domiciliari perché, secondo la Procura di Napoli, da imprenditore avrebbe pagato tangenti a responsabili e dipendenti delle società impegnate nella realizzazione dell’Alta velocità Napoli-Bari, ottenendo vantaggi negli affidamenti e nelle commesse. E perché, sempre secondo l’accusa, avrebbe sfruttato lavoratori impiegati nei cantieri della sua azienda. Ma quella misura cautelare non è bastata a fermare Dante Salzillo, imprenditore di Marcianise, ritenuto dagli investigatori il principale riferimento della società Areco.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Federica Girardi, ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere, aggravando la misura degli arresti domiciliari applicata il 21 settembre scorso.
Alla base della decisione ci sono le nuove risultanze raccolte dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli, che avrebbero documentato ripetute violazioni delle prescrizioni imposte all’imprenditore.
Secondo gli investigatori, Salzillo avrebbe continuato a comunicare con persone esterne alla propria abitazione, nonostante il divieto, utilizzando soprattutto il telefono della moglie, Caterina Iadicicco, come tramite. Tra i suoi interlocutori figurava Giandomenico Colella, ex consigliere comunale di Marcianise e suo collaboratore, anch’egli indagato nell’inchiesta sulle presunte tangenti.
Colella era sottoposto all’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. Secondo l’accusa, avrebbe svolto un ruolo di intermediario nella consegna di un orologio destinato a un dipendente del consorzio Hirpinia Av, nell’ambito dei presunti accordi corruttivi finalizzati a favorire gli interessi di Areco.
Le conversazioni intercettate dopo l’esecuzione delle prime misure cautelari hanno però delineato, secondo il gip, una situazione incompatibile con il rispetto delle prescrizioni imposte a Salzillo.
Particolarmente significativa una conversazione del 5 ottobre, durata circa 35 minuti, durante la quale l’imprenditore sarebbe intervenuto ripetutamente in vivavoce mentre la moglie parlava con Colella. I due avrebbero discusso delle indagini, delle contestazioni di corruzione, delle strategie difensive e delle possibilità di ottenere misure cautelari meno restrittive.
Nel dialogo sarebbero stati affrontati anche i procedimenti relativi ai fratelli Raffaele e Angelo Salzillo, anch’essi coinvolti nell’inchiesta, e la posizione di Alberto Sannino, di Villaricca, indagato nel filone delle presunte false fatturazioni. Gli interlocutori avrebbero inoltre discusso delle iniziative della Procura e degli sviluppi davanti al Tribunale del Riesame.
Ma non è tutto. Il 12 ottobre, dopo il furto delle chiavi di alcuni mezzi aziendali riconducibili ad Areco, Salzillo avrebbe assunto direttamente la gestione dell’emergenza, impartendo telefonicamente disposizioni alla moglie e ad altri collaboratori.
Dalle intercettazioni emergerebbero indicazioni sulla verifica delle chiavi degli escavatori e dei dumper, sul controllo dei mezzi presenti nei cantieri e sulla necessità di presentare denuncia ai carabinieri. L’imprenditore avrebbe inoltre sollecitato la ricerca di una società di vigilanza, discutendo anche dei relativi costi.
Un’attività che, secondo il giudice, dimostrerebbe come Salzillo, nonostante i domiciliari, continuasse a intervenire nelle vicende aziendali e a intrattenere rapporti con soggetti esterni attraverso comunicazioni vietate.
Nell’ordinanza di aggravamento della misura, il gip sottolinea il carattere ripetuto delle violazioni, ritenendole indicative del mancato rispetto degli obblighi cautelari. Da qui la decisione di sostituire gli arresti domiciliari con il carcere.
La posizione si aggrava anche per Giandomenico Colella. Pur non avendo violato formalmente le prescrizioni della propria misura, secondo il giudice avrebbe continuato a mettersi a disposizione di Salzillo, discutendo con lui delle indagini e delle strategie processuali. Un comportamento che, valutato insieme agli elementi già raccolti, ha portato il gip a ravvisare un aumento delle esigenze cautelari, anche per il rischio di inquinamento probatorio. Per l’ex consigliere comunale sono stati quindi disposti gli arresti domiciliari.
La vicenda si inserisce nella più ampia inchiesta della Procura di Napoli sulle presunte tangenti e sullo sfruttamento della manodopera nei cantieri dell’Alta velocità. Secondo gli inquirenti, Salzillo avrebbe costruito una rete di rapporti con responsabili delle imprese impegnate nei lavori, offrendo denaro e altre utilità per ottenere affidamenti, agevolazioni e pagamenti.
Nell’indagine c’è anche un filone antimafia. La Procura partenopea ha ipotizzato che alcune operazioni potessero favorire il clan Belforte di Marcianise, anche attraverso il coinvolgimento di imprese legate a Camillo Belforte, figlio del boss Domenico, detto Mimì ‘e Mazzacane. Il gip, tuttavia, non ha accolto la contestazione relativa all’agevolazione mafiosa, ritenendo insufficienti gli elementi raccolti per sostenere l’aggravante nella fase cautelare.
Contro questa valutazione la Procura ha presentato appello, insistendo sulla lettura antimafia dei rapporti economici e degli affidamenti ricostruiti nell’inchiesta.
Intanto, per Dante Salzillo, la situazione giudiziaria si è ulteriormente complicata. Quello che inizialmente era stato ritenuto un regime cautelare sufficiente è stato sostituito dal carcere. Per il giudice, le nuove conversazioni dimostrano che i divieti imposti all’imprenditore non erano stati rispettati.
Le accuse principali restano da accertare nel prosieguo del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.
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