Chi non ha dignità stia lontano dalla politica

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

’Aridatece la Democrazia Cristiana. Rivogliamo Sullo, Andreotti, Mancino, e meno male che ancora resiste Ciriaco De Mita, a 91 anni rieletto proprio ieri sindaco di Nusco. Dovrebbe andarci in pellegrinaggio il vicepremier Luigi Di Maio, a prendere lezioni di etica politica. Quella che manca completamente al capo politico del Movimento 5 Stelle. Scoprirebbe, da chi sa cosa significa essere leader (vero) di un partito (vero), che ci sono momenti in cui il bene del gruppo viene prima dell’interesse del singolo. Che ci sono decisioni obbligate che nessuno deve sollecitare. “Stamattina ho sentito le varie anime del movimento, da Grillo a Casaleggio, nessuno ha chiesto le mie dimissioni, si vince insieme, si perde insieme”, ha detto Di Maio dopo che il risultato disastroso delle Europee lo ha lasciato per ore senza parole. E forse era meglio tacere.

“Nessuno ha chiesto le mie dimissioni”: sta tutta in questa frase la cifra politica dell’ex bibitaro del San Paolo. Che si offende quando uno lo definisce così, ma purtroppo continua a dimostrare che la Politica, quella con la P maiuscola, è distante da lui almeno quanto gli elettori del M5S sono stati lontani dalle urne a questo giro. Le dimissioni, caro Di Maio, non si chiedono né si annunciano: si danno, lo chieda pure a un esponente a caso della vecchia, cara Balena Bianca. Eppure lo stesso premier Conte lo ha ricordato qualche giorno fa, a proposito delle intenzioni del sottosegretario Siri. Quello che vale per la Lega come mai non vale per il Movimento 5 Stelle? Persino uno come Matteo Renzi, un minuto dopo la debacle del referendum costituzionale, ebbe la decenza di fare un passo indietro. Per non parlare di un gigante come Valerio Zanone, segretario dei Liberali, che si dimise dal partito perché alle Regionali del 1985 registrò una flessione dello 0,3%. Altri tempi o altra stoffa? Altra dignità, semplicemente.

Uno che ha perso le elezioni dimezzando i suoi consensi nel giro di un anno non dovrebbe dimettersi (anche perché l’incarico che Di Maio ha come ‘capo politico’ non se l’è mica guadagnato a un congresso, gliel’ha dato Beppe Grillo): dovrebbe sparire dalla circolazione e dedicarsi ad altro. La Politica, caro Di Maio, non fa per te. E’ una ‘cosa’ troppo grande e troppo nobile per lasciarla nelle mani di burattini e burattinai, che dicono tutto e il contrario di tutto rivendicando, peraltro, una superiorità morale che possono solo sognare. Il problema, grosso, è che sappiamo benissimo che il Ministro del Lavoro non raccoglierà l’invito. Resterà sulla sua poltrona fino all’ultimo nanosecondo di questa legislatura, aggrappato ai benefici e ai privilegi che diceva di combattere, con la sponda di deputati e senatori che sanno benissimo che quello che è successo il 4 marzo del 2018 è un evento irripetibile. Che poltrone, e pensioni, vanno difese con le unghie e con i denti: e pazienza se servirà adeguarsi alla linea di Salvini e ingoiare il rospo. In soli 15 mesi gli ex paladini del popolo si sono rimangiati tutte le promesse che ne avevano decretato il successo nel 2018: l’Ilva, l’acqua pubblica, il commissario alla Sanità in Campania, la Tap. Manca la Tav e il quadro è completo. Ma va bene così, chissenefrega. Quattro anni da perdente passano in fretta, per chi non sa cosa significhi la parola Dignità.

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