Clan dei Casalesi, i soldi del pizzo per garantire lo ‘stipendio’ al boss Rafilotto

A dargli sostegno economico sarebbe stata la cosca guidata prima da Reccia e poi da Martinelli

Emilio Martinelli, il figlio del boss Enrico

S. CIPRIANO D’AVERSA – Non ha più una struttura capillare, non raccoglie più parte dei proventi di tutte le cosche che animano il clan. Insomma, la ‘cassa comune’ dei Casalesi non c’è più. Lo avevano documentato le recenti indagini della Dda e lo ha raccontato ai magistrati dell’Antimafia anche il neo pentito Vincenzo D’Angelo, genero del boss Francesco Bidognetti. Ma l’esigenza e il tentativo di continuare a garantire soldi alle famiglie degli affiliati che sono in carcere, specialmente a quelli che sono sottoposti al regime di 41 bis, nella criminalità organizzata con base nell’Agro aversano è ancora presente. Ed infatti, riprendendo sempre le parole di D’Angelo, ogni cosca ora pensa a sé: si impegna in autonomia per provare a tutelare economicamente chi è ancora dentro al clan. E questo atteggiamento è stato tracciato da una recente indagine della Squadra mobile di Caserta incentrata sul gruppo sanciprianese, guidato, dice l’accusa, fino al 2021 da Oreste Reccia, alias Recchia ‘e lepre, e poi da Emilio Martinelli, figlio del boss Enrico. È proprio una conversazione tra i due a far emergere che l’impegno di Reccia, in quel periodo da poco scarcerato, nel prodigarsi nelle estorsioni, aveva tra gli obiettivi quello di garantire soldi a Raffaele Diana, alias Rafilotto. Quest’ultimo recentemente è stato coinvolto in una nuova inchiesta della Dda per fare luce sull’assassinio di Domenico Cioffo, ritenuto legato al gruppo Quadrano. Rafilotto, a detta degli inquirenti, partecipò a quel raid di morte e ora rischia il rinvio a giudizio.

“Noi dobbiamo aiutare qualcuno che sta carcerato – disse Recchia ‘e lepre a Martinelli -. C’è ‘Rafilotto’ che è di San Cipriano, sta con noi. Ma non devono venire né i Casalesi e né i Casapellesi, non deve venire nessuno. Io – aggiunse Reccia – te lo voglio dire perché lui lo sai, a tuo padre voglio bene peggio di un fratello”, riferendosi a Enrico.

Reccia nel prosieguo del suo confronto con Emilio ribadì con forza il concetto che le altre cosche non dovevano invadere il loro territorio: “Qua non ci deve venire nessuno. A San Cipriano non deve venire nessuno”. E quando poi Reccia sarà portato in carcere proprio per il suo rituffarsi nelle estorsioni, con Martinelli che lo avrebbe sostituito nel ruolo di capo dei sanciprianesi, l’imprinting di Recchia ‘e lepre di distanziarsi dalle altre cosche sarebbe stato rispettato e seguito, al punto che di questa volontà di staccarsi fu messo a conoscenza D’Angelo che a sua volta la riportò a Ivanhoe Schiavone, figlio del capoclan Francesco Sandokan Schiavone (da marzo collaboratore di giustizia).
L’intercettazione che menziona Diana è stata inserita negli atti di indagine che hanno nuovamente condannato, con sentenza irrevocabile, Reccia e portato cautelarmente in cella Emilio Martinelli con l’accusa di associazione mafiosa.

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