Contanti e gioielli del clan Bidognetti custoditi da un albanese di S. Maria

Parte del ‘tesoro’ sarebbe stata usata per operazioni legate alla New Ecology.

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CASAL DI PRINCIPE – La ricchezza dei clan non resta mai ferma. Si sposta, si nasconde, si frantuma in mille rivoli: società, immobili, prestiti, contanti affidati a persone ritenute sicure. È la parte meno visibile del potere mafioso, quella che non passa solo dalle intimidazioni o dal controllo del territorio, ma dalla capacità di conservare e far girare il denaro. E proprio su questo terreno, nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, detto Biscottino, spunta ora una figura nuova: un cittadino albanese, residente tra Santa Maria Capua Vetere e Curti, indicato dall’ex referente dei Bidognetti come persona di strettissima fiducia. D’Angelo, genero del boss Cicciotto ’e mezzanotte e per anni considerato dagli investigatori un punto di riferimento della cosca tra l’Agro aversano e il litorale domizio per conto di Gianluca Bidognetti, detto Nanà, ha iniziato a collaborare con la giustizia alla fine del 2022, poco dopo il suo arresto.

Da allora ha raccontato ai magistrati non solo le dinamiche interne al clan dei Casalesi, ma anche la rete di soggetti che, secondo la sua versione, avrebbero custodito denaro, beni e oggetti di valore riconducibili alle attività svolte nell’interesse della cosca. Il punto centrale è proprio questo: dove finisce il denaro della mafia? Secondo l’impostazione investigativa, una parte delle ricchezze accumulate attraverso il potere criminale sarebbe stata affidata a imprenditori, prestanome e persone di fiducia, non necessariamente organiche al clan, ma disponibili a custodire beni o a fare da schermo. Individuarle è tra i compiti più complessi per gli investigatori, perché spesso non basta seguire i passaggi formali. Servono intercettazioni, riscontri patrimoniali, accertamenti bancari e, soprattutto, le dichiarazioni di chi quel sistema lo ha conosciuto dall’interno.

Tra i nomi già emersi c’è quello di Antonio Fusco, detto Lupin, oggi a processo per concorso esterno nel clan dei Casalesi. Secondo D’Angelo, Fusco avrebbe avuto un ruolo nella custodia di parte delle sue disponibilità. Ma la novità riguarda appunto il cittadino albanese, che vive tra S. Maria Capua Vetere e Curti descritto dal collaboratore come un uomo al quale avrebbe affidato oggetti preziosi e denaro contante di sua proprietà. Un rapporto fiduciario, secondo il pentito, talmente stretto da farne uno dei depositari delle ricchezze accumulate nel tempo.
Il nome dell’albanese entra nel racconto di D’Angelo anche in relazione alla vicenda New Ecology, società riconducibile ai fratelli Stanislao e Francesco Corvino, raggiunti rispettivamente dai domiciliari e dal divieto di dimora nell’ambito dell’indagine dei carabinieri del Noe sul presunto traffico illecito di rifiuti. Per la Dda, gli accertamenti avrebbero documentato un disastro ambientale legato a circa 25mila tonnellate di rifiuti speciali che sarebbero stati smaltiti illecitamente. A Stanislao Corvino è stata contestata anche l’associazione mafiosa, ma per questa specifica accusa non è stata applicata misura cautelare.

Secondo quanto riferito dal collaboratore, D’Angelo avrebbe investito denaro in alcune operazioni imprenditoriali legate alla New Ecology. Parte delle somme consegnate a Corvino, sempre stando al racconto del pentito, sarebbe stata recuperata attingendo alle disponibilità affidate sia a Fusco sia al cittadino albanese. È un passaggio che, nella lettura degli investigatori, apre una finestra sulla rete di custodi del patrimonio mafioso: soggetti diversi per profilo, provenienza e ruolo sociale, ma accomunati dalla capacità di offrire copertura, silenzio e disponibilità.

La figura dell’albanese, proprio perché lontana dai nomi tradizionalmente associati alla camorra casalese, diventa significativa. Non viene descritta come un semplice conoscente, ma come una persona di assoluta fiducia, al punto da ricevere beni e contanti da conservare. Un elemento che, se confermato dai riscontri, mostrerebbe quanto sia estesa e variegata la rete di appoggio attorno agli uomini del clan: non solo affiliati, non solo imprenditori locali, ma anche soggetti esterni capaci di diventare casseforti umane.

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