CASAL DI PRINCIPE – Non semplici terreni agricoli, ma un patrimonio che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, avrebbe rappresentato uno degli investimenti strategici della famiglia Schiavone nell’area di Grazzanise, a ridosso dell’aeroporto militare. È su questo sistema di proprietà, intestazioni fittizie e operazioni immobiliari che è arrivata la sentenza del giudice Federica De Bellis del Tribunale di Napoli.
Il giudice ha condannato, al termine del rito abbreviato, Ivanhoe Schiavone, 37 anni, figlio del boss Francesco “Sandokan”, a 7 anni e 5 mesi di reclusione. Pena di 6 anni e 2 mesi, invece, per lo zio Antonio Schiavone, fratello del capoclan ergastolano. Condannati anche Amedeo De Angelis a 4 anni e 5 mesi, Francesco Paolella a 2 anni e 11 mesi ed Emilio Graziano a 2 anni e 8 mesi. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione, favoreggiamento e trasferimento fraudolento di beni con l’aggravante mafiosa.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dal pm della Dda Simona Belluccio e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, ci sono oltre 22 ettari di terreni situati in località Selvalunga, tra Grazzanise e il confine con Casal di Principe. Aree agricole che, secondo gli investigatori, sarebbero state acquistate negli anni dal boss Sandokan e lasciate formalmente intestate a prestanome per schermarne la reale proprietà ed evitare sequestri e confische.
Secondo la ricostruzione della Dda, Ivanhoe Schiavone avrebbe gestito insieme a Pasquale Corvino, attualmente a processo con rito ordinario, circa 13 ettari riconducibili alla famiglia Schiavone. Quei terreni sarebbero stati formalmente intestati al padre di Corvino dopo essere stati acquistati da Sandokan nel 1990. Nel 2020 Ivanhoe avrebbe avviato le operazioni per la vendita delle aree, arrivando – secondo l’accusa – a fare pressioni sull’agricoltore che li aveva in fitto per liberare i fondi e consentirne la cessione senza ostacoli legati al diritto di prelazione. I terreni vennero poi venduti tra il 2021 e il 2022 per circa 315mila euro alla società San Luca. Gli atti dell’inchiesta precisano che i componenti della società acquirente risultano estranei alle contestazioni mosse dalla Procura.
Un secondo filone dell’indagine riguarda invece Antonio Schiavone, ritenuto dagli investigatori il gestore di fatto di un’altra porzione di terreni sempre a Selvalunga per conto del fratello Sandokan. In questo caso, secondo l’accusa, il prestanome sarebbe stato Amedeo De Angelis, mentre Francesco Paolella avrebbe acquistato le aree attraverso un’operazione che avrebbe fruttato circa 110mila euro. A Emilio Graziano viene invece contestato il favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso: avrebbe fatto da intermediario tra gli indagati contribuendo, secondo la Procura, a eludere le investigazioni.
L’indagine aveva portato nei mesi scorsi all’emissione di misure cautelari e successivamente alla richiesta di giudizio immediato avanzata dalla Dda e accolta dal giudice Fabrizio Finamore. Nel processo la pubblica accusa è stata rappresentata dal pm Simona Belluccio. Gli imputati sono da ritenersi innocenti fino a un eventuale passaggio in giudicato della sentenza. A comporre il collegio difensivo gli avvocati Mario Mangazzo, Domenico Dello Iacono, Marco Schiavone, Pasquale Diana, Ferdinando Letizia, Alessandro Cassandra, Giovanni Cantelli, Giuseppe Stellato e Roberto Saccomanno.





