CASAPESENNA – C’è una storia che corre sottotraccia, lontana dalle contestazioni formali della nuova maxi inchiesta della Dda sul gruppo Zagaria. Una vicenda più vecchia, difficile da tracciare in un’aula di tribunale per i troppi anni trascorsi, ma che per gli investigatori resta ugualmente importante. Per quale ragione? Perché racconta molto del modo in cui la cosca di Michele Zagaria Capastorta avrebbe costruito relazioni, influenza e ricchezza anche nei territori tra Sessa Aurunca e Cellole.
Al centro c’è una donna. Un rapporto che, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta attraverso le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, affonderebbe le radici negli anni Novanta. Non un contatto qualsiasi. La donna sarebbe stata legata a uno dei guardaspalle di Alberto Beneduce, esponente della criminalità organizzata del Litorale assassinato in quegli anni e figura a cui Zagaria era molto vicino. Da quel circuito, secondo le ricostruzioni raccolte dagli investigatori, tra Capastorta e la donna sarebbe nato un legame destinato a durare. Un rapporto fatto di interessi imprenditoriali, fiducia e, stando ad alcuni racconti, anche di una relazione sentimentale.
È attraverso questa figura che Zagaria avrebbe messo piede, almeno sul piano degli interessi economici, nell’area sessana. La donna sarebbe stata utilizzata come tramite per investire nella società di un imprenditore del posto. Un uomo d’affari che avrebbe beneficiato non soltanto del sostegno economico e della protezione del gruppo Zagaria, ma anche dei rapporti con il clan Esposito, radicato proprio nella zona di Sessa Aurunca.
Tra i collaboratori che hanno parlato di quei legami c’è Armando Martucci. Nei suoi racconti, l’imprenditore avrebbe acquistato potenti auto in Germania, poi utilizzate per gli spostamenti di Michele Zagaria. Un dettaglio non secondario, perché per gli investigatori servirebbe a misurare la profondità del rapporto tra il boss e l’uomo d’affari, mediato dalla donna. Non una conoscenza occasionale, ma un circuito di favori, utilità e disponibilità costruito nel tempo.
Sempre Martucci avrebbe riferito anche di un altro ruolo svolto dalla donna: quello di tramite in vicende estorsive e in operazioni immobiliari. In particolare, viene citato l’acquisto di alcuni terreni tra Cellole e Sessa Aurunca. Terreni che la donna avrebbe comprato e per i quali, sempre secondo il racconto del collaboratore, su mandato di Zagaria si sarebbe poi fatta restituire dagli ex proprietari le somme versate.
Tutto questo, però, va chiarito: non rientra tra le contestazioni formalizzate dalla Dda nella recente indagine sul gruppo Zagaria, quella che ha coinvolto 43 persone e che punta a ricostruire i business attuali della fazione, oggi ritenuta dagli inquirenti ancora operativa e guidata da Antonio e Carmine Zagaria, fratelli del capoclan Michele, detenuto al 41 bis dal 2011. Nell’elenco dei 43 non compaiono né la donna, né Michele Zagaria, né l’imprenditore che, secondo i racconti dei pentiti, avrebbe beneficiato dei capitali e della protezione della cosca.
Ed è proprio qui il punto. Le relazioni più pericolose, spesso, sono quelle che non esplodono subito in un capo d’imputazione. Sono quelle che nascono trent’anni fa, crescono nel silenzio, si confondono con amicizie, investimenti, favori e affari. Se non vengono individuate in tempo, diventano sottili, quasi invisibili. E quando si prova a riportarle alla luce, il tempo trascorso diventa un ostacolo enorme.
Dire oggi che un determinato uomo d’affari abbia costruito parte della sua fortuna anche grazie ai soldi del clan è un passaggio complesso, soprattutto sul piano processuale. Ma è esattamente il tipo di zona grigia che le indagini coordinate dalla Dda stanno cercando di illuminare: il punto in cui il denaro mafioso non spara, non minaccia, non compare in prima fila, ma diventa capitale, impresa, relazione. Quello che Giuseppina Nappa, moglie del capoclan Francesco Schiavone Sandokan, in un’altra stagione definì il “lievito madre”: il denaro della camorra che fa crescere aziende, patrimoni e carriere.
Nel caso dei presunti interessi tra Cellole e Sessa Aurunca, la trama resta affidata alle dichiarazioni dei collaboratori e agli accertamenti investigativi. Una vicenda datata, ma non per questo irrilevante. Perché racconta il metodo. E il metodo, nel sistema Zagaria, è sempre stato lo stesso: non solo intimidazione, ma penetrazione. Non solo clan, ma affari. Non solo boss e affiliati, ma imprenditori, prestanome, intermediari e contatti capaci di aprire porte, schermare capitali e trasformare i soldi della cosca in ricchezza apparentemente pulita.















