La fuga del pizzaiolo di Zelensky. Giuseppe Irollo tra le bombe: “I giorni più brutti della mia vita, le città distrutte dalla guerra”

Era tornato a Mykolaiv per inaugurare un locale: 10 ore in coda alla frontiera tra bimbi in marcia verso la libertà

Il pizzaiolo Giuseppe Irollo e il presidente Zelensky

NAPOLI – Il rumore delle bombe, i checkpoint, la paura, la fuga in macchina, le lacrime e poi la salvezza al confine con la Moldavia. Giuseppe Irollo, maestro napoletano della pizza, ha vissuto e lavorato per 14 anni, dal 2007 al 2021, a Kiev. Poi il richiamo di casa, la voglia di tornare a respirare la sua città, e poi, a febbraio, una nuova sfida in terra ucraina, per aiutare amici ad aprire un nuovo locale a Mykolaiv, città oggi totalmente assediata dai russi. Giuseppe è ripartito per l’Ucraina il 22 febbraio, due giorni prima dell’annuncio dell’inizio dell’invasione da parte di Vladimir Putin. “Mi era stato chiesto un aiuto da una coppia di amici, lei ucraina, lui napoletano, per avviare un locale, che si sarebbe dovuto chiamare Ammò Pizza Fritta. Il 23 racconta Giuseppe – abbiamo lavorato e preparato l’inaugurazione. Poi, di notte, il boato della prima bomba che ha colpito l’aeroporto militare. Così sono cominciati i giorni più brutti della mia vita. Le notizie circolavano incontrollate. Ci dicevano che i ponti erano stati fatti saltare, che c’erano soldati russi con le divise ucraine. Fino al 27 abbiamo vissuto nel terrore, nascosti di continuo sotto le scale. Abbiamo condiviso ore di terribile paura. Poi abbiamo deciso di non indugiare più e provare a fuggire”. O la va, o la spacca. E i tre salgono in auto e si mettono in viaggio verso il confine con la Moldavia. “Abbiamo trovato lungo il percorso strade devastate, case bombardate, carri armati bruciati, migliaia di donne e bambini in fuga a piedi e checkpoint ogni 100 o 200 metri. Ad ogni fermata c’era il timore che i soldati che ci chiedevano informazioni fossero russi o che ci portassero via l’auto. Poi siamo riusciti, dopo 130 chilometri di orrore, a raggiungere il confine. Lì abbiamo trovato una coda di 5 chilometri di auto e un’attesa di 10 ore. Ma eravamo salvi. Un sollievo, anche se circondato da uno strazio infinito”, ha aggiunto il maestro napoletano della pizza che al suo rientro nel capoluogo è già tornato a lavorare in un locale di Mergellina. Giuseppe racconta, la voce è forte e trasmette la piena consapevolezza di essere stato fortunato a riuscire a fuggire in tempo, a percorrere quei 130 chilometri di orrore che lo hanno portato fuori dall’Ucraina che cominciava a bruciare. “Ho tantissimi amici e colleghi italiani che sono rimasti lì, che vorrebbero uscire. Ma con loro ci sono le mogli, le famiglie, che hanno il terrore di abbandonare altri parenti che stanno provando a sopravvivere o che sono al fronte a combattere. Li sto sentendo, nonostante il caos, e so che si stanno nascondendo nei rifugi, nei tunnel della metropolitana e nelle gallerie commerciali. Si tratta di spazi costruiti – così li descrive Giuseppe – sottoterra, luminosi e pieni di negozi per gli ucraini si godono soprattutto in inverno per continuare ad avere una socialità forte nonostante le temperature rigide. Oggi sono tra i pochi posti sicuri per non rischiare di essere colpiti dalle bombe russe”. Lo strazio continua, ora dopo ora. Ma Giuseppe spera di tornarci in Ucraina, un giorno, e aprire quel locale la cui inaugurazione è stata cancellata dalla guerra: “Riabbracciare mia moglie è stato un sollievo incredibile. Ma con questa coppia, con cui ho lavorato e viaggiato per metterci in salvo, ho condiviso una esperienza assurda e terribile. Sono persone speciali e gli ho promesso che, se sarà possibile, quella inaugurazione la faremo. Assolutamente”. Quando la paura e l’orrore avranno lasciato, in Ucraina, il posto alla speranza e alla libertà di ricominciare.

“Quel giorno in cui ho servito Zelensky”

Per 14 anni ha vissuto a Kiev, e ha deliziato i clienti di Napule, pizzeria che si trova ancora in Mechnykova St, 9, a poche centinaia di metri da piazza Maidan, nel cuore della capitale. “Sono stato davvero bene, è stata un’esperienza di vita fantastica, gli affari andavano bene. Napule è la prima pizzeria in Ucraina, prima non c’era un ristorante del genere ed ha rappresentato un vero punto di riferimento. Oggi, naturalmente, è chiusa. I miei colleghi pizzaioli ucraini sono al fronte. Ed è davvero triste”, racconta Giuseppe Irollo. Dal 2007 al 2021 ha visto l’Ucraina cambiare, ha vissuto la rivoluzione del 2014, la frattura tra due popoli che fino ad allora avevano vissuto in pace. “Dopo le rivolte di piazza Maidan è cominciata la guerra nel Donbass e questa continua guerriglia. Tutti avevano il timore che la situazione potesse degenerare, se ne parlava, ma comunque il conflitto sembrava lontano. I ragazzi – racconta – venivano chiamati per il servizio militare e impiegati al fronte. Alcuni hanno firmato e sono rimasti a combattere, altri sono tornati a lavorare da noi. Dal 2014 in avanti, inoltre, è entrata in vigore la legge che imponeva l’uso della lingua ucraina negli uffici pubblici e anche nei ristoranti, pena persino il licenziamento. All’inizio avevo imparato un po’ di russo, ma mi sono dovuto rapidamente adattare. La frattura è stata lenta ma profonda. E ora c’è una guerra orribile”. La pizza, da Napule, ha unito russi e ucraini, nonostante le difficoltà politiche e sociali. E un giorno si è presentato per assaggiare l’oro del Vesuvio persino il presidente Volodymyr Zelensky. “E’ stato davvero molto gentile, una persona semplice. Gli ho preparato una quattro formaggi e non si è tirato indietro quando gli ho chiesto di scattarci una foto insieme”, così Giuseppe racconta quel momento speciale. Una fotografia meravigliosa che fa parte di un album lungo 17 anni che lo accompagnerà per tutta la vita. Sognando la pace.


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