La sorte di Antigone

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse in foto Giuseppe Conte

Un vecchio brocardo latino parla di “resa dei conti”, il famoso redde rationem per ciascuna delle azioni che l’uomo malvagio compie in vita. La nostra stessa religione ci rinvia tutti al giorno del giudizio, allorquando il giudice supremo si siederà ed emetterà il suo insindacabile verdetto. Allora tutto ci sarà svelato. Piace credere agli uomini, sia per il sacro sia per il profano, che possa esserci una giustizia terrena ed una, di ultima istanza, di natura divina in grado di castigare gli empi. Un convincimento che aiuta a vivere confortati dall’idea che, in fondo, è possibile fare affidamento su una superiore forma di “etica dei fini” che premia i buoni e punisce i cattivi. Va- lori e convincimenti morali che, via via, abbiamo perso per strada, illudendoci, forse, che il progresso e la tecnologia avrebbero reso desueta ed inutile la distinzione tra il bene ed il male, facendola sopravanzare dall’assunto (oggi alla moda) che tutto va imperniato attorno al concetto di utilità e di interesse particolare. Quello, per capirci, che assegna un prezzo ad ogni cosa ed un valore a niente. Sia chiaro che questa condizione sociale non riguarda solo noi italiani, ma una mentalità che si è largamente diffusa nel mondo insieme alla superficiale valutazione del concetto di globalizzazione, ovvero di una società unita da interessi solo economici e non già da valori universali. È noto che i cerchi olimpici rappresentano i cinque Continenti e sono concatenati tra loro per significare che i popoli sono uniti e gareggiano fraternamente, obbedendo alle leggi del valore e della leale competizione, mettendo al bando guerre e interessi di parte. Traslato tale concetto in “economia”, la globalizzazione olimpica dovrebbe essere intesa come la generale opportunità per tutti i Paesi di poter accedere alle stesse risorse (primarie e secondarie) vivendo, producendo e progredendo in sintonia e fratellanza. In tal modo tutte le nazioni potrebbero competere nel progresso tecnologico ed in quello merceologico, aumentando il generale livello del benessere e riducendo ai minimi termini i vecchi arnesi del colonialismo (e dell’imperialismo) a tutto vantaggio delle nazioni povere ed arretrate. Belle parole! Ci troviamo alle prese con la crisi sanitaria della pandemia virale da Covid 19. Una catastrofe di vasta portata che, oltre a mietere vite umane, sta portando gli Stati alla paralisi economica. Una situazione che lascia ancora più perplessi i Paesi innanzi al proprio futuro, alla generale perdita di ricchezza e di benessere per le collettività nazionali. Ed ecco quindi che l’Europa costruita sui mercati e sulla moneta, mai decollata come ente sopra nazionale ed identitario, finisce drammaticamente alla corda. Riemergono allora contrasti ed egoismi che, per oltre mezzo secolo di Comunità Europea (dal Patto di Roma in poi), eravamo convinti fossero finiti per sempre. Ecco allora ricomparire, a livello europeo, il Sud povero contro il Nord ricco e in Italia, come se non bastasse, la mai risolta “questione meridionale”. I cerchi olimpici si sgranano e vanno per conto loro, immemori ed ingrati della storia del Vecchio Continente. Ci si accorge solo ora che le polemiche anti-Europa, ovvero la clava brandita dai leghisti e dai sovranisti per caratterizzare il centrodestra, erano sbagliate e che senza una moneta stabile ed una forte banca europea, non ci salveremo in alcun modo dal tracollo economico, a prescindere dalle polemiche sugli eurobond (invero le modalità di poter contrarre debito per fronteggiare l’emergenza Covid-19). Sull’altro versante, parimenti, emerge un’altra verità che non può essere sottaciuta. E cioè che la fiducia e la flessibilità verso l’Europa, da parte nostra, è stata mal riposta e non paga in termini di rispetto e di aiuti da dare all’Italia che, con la Spagna e la Francia, sta pagando il tributo più elevato alla pandemia. Noi ne usciamo con le ossa rotte, letteralmente avviliti dal peso del debito pubblico che, in quantità ancora imprevedibili, graverà sulla nostra economia e sulle tasse dei contribuenti (contemporanei o posteri che siano). Insomma la tragedia ha rivelato che le politiche di piccolo cabotaggio, le polemiche speciose e pretestuose, prevenute contro oppure in favore dell’Europa, sono risultate parimenti fallimentari. Lo sono perché, quella attuale, è un Europa fatta per i ragionieri per rispondere alla crisi della finanza. Un espediente geo-politico per mantenere in vita determinati ambiti di mercato. Non un valore in comune, dunque. Non una sola idea che travalichi il pragmatismo ed il cinismo delle convenienze contingenti. Uno dei più bei esempi di difesa dei valori civici universali e dei diritti dei popoli viene dalla storia di Antigone. Costei reclamò presso i suoi stessi parenti una sepoltura onorata per il fratello, anche se questi era stato bollato come traditore della patria (era caduto in guerra, ma nell’esercito nemico). Affermò l’esistenza di diritti universali e di libertà che imponevano al potere di consentire la degna sepoltura del reo. Valori che trascendevano la contingenza e la forza. Fu sepolta viva. Oggi, dopo decine di secoli, la politica europea e chi la rappresenta, condannerebbe ancora Antigone alla stessa tragica sorte.

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