CASTELLAMMARE DI STABIA – Il buio è già calato sul lungomare, e il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli è l’unica colonna sonora di un dramma silenzioso. Sono le 20.20 di ieri sera, 6 maggio 2026, quando nella centrale operativa della Compagnia dei Carabinieri di Castellammare di Stabia squilla il 112. Una chiamata tra le tante, forse. Ma le prime parole, pronunciate da una voce ancora incerta tra l’infanzia e l’adolescenza, fanno gelare il sangue.
“Carabinieri Castellammare, prego”. Dall’altro capo, un ragazzo: “Buona sera, sono minorenne, non è un reato ma una cosa psicologica”. A rispondere è un Vice Brigadiere, un uomo abituato a gestire emergenze di ogni tipo. Ma questa è diversa. Non è la cronaca di un furto o di una lite, è un’anima che chiede aiuto. Il militare, sposato e padre di due figli, la più grande a un passo dagli 11 anni, comprende in una frazione di secondo la delicatezza e l’urgenza di quella richiesta.
Il ragazzo ha 14 anni. Si trova lì, da solo, sugli scogli del lungomare stabiese. Davanti a sé, il mare aperto, l’orizzonte che si perde nell’infinito. Alle sue spalle, un mondo che sembra non capirlo. Racconta il suo tormento, un disagio depressivo che lo soffoca. Parla della scuola, delle amicizie difficili, di quel muro di incomprensione che, come spesso accade a quell’età, si è alzato tra lui e i suoi genitori. Non è una minaccia esplicita di suicidio, ma qualcosa di ancora più profondo: un disperato grido per aggrapparsi alla vita, un ultimo tentativo di farsi ascoltare.
Il Vice Brigadiere sa che ogni parola è cruciale. Sa che oltre al baratro psicologico in cui il ragazzo sta sprofondando, c’è un pericolo fisico, concreto: una scivolata su quelle rocce umide potrebbe essere fatale. Inizia così un dialogo delicato, un esercizio di pura empatia. Il carabiniere non giudica, non offre soluzioni preconfezionate. Ascolta. Si immedesima in quello stato d’animo, si getta metaforicamente in quei pensieri oscuri al suo fianco, ma senza mai perdere la lucidità necessaria a gestire la situazione.
Mentre la conversazione prosegue, la macchina dei soccorsi è già in moto. Una “gazzella” della sezione radiomobile sfreccia verso il lungomare. Ma il ragazzo non deve saperlo subito. Alla richiesta di aiuto subentra la vergogna, il timore delle conseguenze. Il militare lo tranquillizza, con calma e fermezza. Lo convince a spostarsi, a camminare verso un luogo più sicuro e illuminato: la cassa armonica, nel cuore della villa comunale.
La telefonata dura 7 minuti e 33 secondi. Un’eternità. Il Vice Brigadiere non cambia argomento, non cerca distrazioni. Affronta il problema con lui, lo lascia sfogare, accoglie il suo dolore. Poi, con la sensibilità di un padre, gli parla. Gli racconta di sé, dei suoi figli, e gli ricorda che i genitori, nonostante le incomprensioni, sono le persone più importanti, le uniche che possono davvero aiutarlo. Lo “accompagna” con la voce, passo dopo passo, fino a quando il ragazzo non incrocia le luci blu della pattuglia che lo attende.
Il 14enne si avvicina ai militari. Li ringrazia per il supporto, per quell’ascolto che forse gli ha salvato la vita. Solo in quel momento, quando i colleghi sul posto confermano che il giovane è al sicuro, il Vice Brigadiere in centrale riaggancia. Il ragazzo è stato affidato ai suoi genitori, per iniziare un percorso diverso. Una notte, sul filo di un telefono, un carabiniere ha ricordato a tutti che la prima forma di soccorso, a volte, è semplicemente saper ascoltare.













