Summa di prepotenze altrui

Enrico Parolisi

Avere il privilegio ogni giorno di prendere la Tangenziale e restarci un’ora bloccato per “vivere” l’ufficio coi colleghi. Respirare Co2 che penetrano negli abitacoli mentre lo stress pervade i nostri centri nervosi. Il tutto per gli unici stipendi in involuzione in tutta l’Europa. I campani, come il resto degli italiani, vivono male ma con il gap di vivere anche una città già complessa e vedersi ancora negati funzionali servizi primari come sanità e trasporti. Ma la questione del bilanciamento tra lavoro e vita privata non va sottovalutata, soprattutto ora che in molti hanno intravisto l’alternativa possibile durante la pandemia.
In queste ore ho avuto per le mani il report sullo smart working 2022 dell’Osservatorio della Scuola di Management del Politecnico di Milano.

Quello che nei gruppi Whatsapp dei dipendenti insoddisfatti, malpagati e strasfruttati era già palese ora è su carta: meno 500mila lavoratori in remoto dal 2021 al 2022. Lo smart non ha scalfito di un centimetro le nostre convinzioni nonostante migliaia di studi dimostrino i benefici di applicare il lavoro agile dove possibile. Tra queste il miglioramento della qualità della vita per la migliore gestione dei propri tempi, ma anche benefici economici: chi lavora due giorni a settimana da casa o da dove vuole lui senza imbottigliarsi tra i pendolari risparmia circa 600 euro all’anno al netto del caro energia. Questo risparmio per le aziende arriverebbe a 2.500 euro, permettendo semplicemente ai dipendenti due giorni a settimana di organizzarsi come ca… volo vogliono loro.
Ok, ma quindi dove sta il problema?

Secondo la ricerca le grandi imprese hanno capito che lo smart è un’occasione e – siccome sono grandi, forti e macinano fatturato – lo stanno implementando alla grande. Quindi la contrazione è legata a P.A. ma soprattutto alle PMI, tipo quelle dei nostri territori, quelle in provincia, quelle a conduzione familiare. Perché le piccole medie imprese sono frenate? La risposta la fornisce sempre lo studio dell’Osservatorio: è colpa della “cultura organizzativa che privilegia il controllo della presenza e percepisce lo smart working come una soluzione di emergenza”.

Mi tornano alla mente tutte quelle tavolate improvvisate in piccole aziende che si definivano famiglie, in cui contratto e rispetto dei diritti dei lavoratori erano soppiantati da momenti gioviali con il resto in deroga ai più basilari accordi tra lavoratore e “masto”. Inclusa la gestione di ore lavoro, trasferte, straordinari (per non parlare di concetti complessi come il diritto alla disconnessione). Quanto altro che, invece, in mezza (e più) Europa è un fatto. In Italia, invece, no. Un giorno di inizio anno camminando per Firenze lessi su un muro che “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Evidentemente all’italiano il problema irrisolto piace davvero tanto.

*esperto di comunicazione digitale
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