NOMI E FOTO. Pentito di Maddaloni cacciato di casa dal commando armato: 4 in carcere

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Salvatore Farina e Vincenzo Folgieri
Salvatore Farina e Vincenzo Folgieri

MADDALONI – Era stato un uomo di camorra. Per la cosca Sacco-Bocchetti, secondo le ricostruzioni giudiziarie del passato, si era occupato anche della gestione di alcune piazze di spaccio a San Pietro a Patierno. Poi, nel 2014, aveva scelto di collaborare con la giustizia. Un percorso completato nel 2019. Da allora era tornato libero, fuori dal programma di protezione, con la possibilità di muoversi anche in Campania. Ma nelle ultime settimane trascorse a Maddaloni, proprio quel passato da collaboratore lo avrebbe rimesso nel mirino della criminalità locale. Prima gli avvertimenti alla compagna, poi l’irruzione in casa, le minacce, il colpo alla fronte con il calcio di una pistola e l’ordine di lasciare immediatamente l’abitazione. È la ricostruzione tracciata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dai carabinieri della Compagnia di Maddaloni, sfociata in un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Mariano Sorrentino del Tribunale di Napoli.

Ieri mattina i militari dell’Arma, diretti dal capitano Federico Arrigo, hanno eseguito il provvedimento portando in carcere quattro persone, tutte di Maddaloni: Salvatore Farina, 30 anni; Francesco Pio Iorio, 23 anni, detto Mazzetta; Michele Giannetti, 24 anni, alias Francesco ’o russ; e Vincenzo Folgieri, 63 anni, conosciuto come ’o muccus. Le accuse, allo stato provvisorio delle indagini e da verificare nelle successive fasi del procedimento, riguardano una serie di condotte che per la Dda sarebbero state finalizzate a costringere il pentito e la sua compagna ad abbandonare Maddaloni e l’appartamento in cui vivevano, in via Giordano Bruno.

Il primo episodio contestato risale al primo maggio. Secondo l’accusa, Folgieri, insieme a una persona ancora in corso di identificazione, avrebbe avvicinato la compagna dell’ex affiliato mentre era insieme al figlio minore in via Sant’Eustachio. In quel momento le avrebbe intimato di andare via da Maddaloni proprio perché donna di un pentito. Parole pesanti, rivolte non solo a lei ma anche al bambino, con l’avvertimento che, se non avessero lasciato la città, i destinatari delle minacce avrebbero potuto prendersela con loro.

Il giorno dopo, tra le 7 e le 7.30 del mattino, la vicenda sarebbe precipitata. Farina, Iorio e Giannetti, quest’ultimo secondo l’accusa armato di pistola, si sarebbero presentati nell’abitazione del pentito. Lì avrebbero intimato al collaboratore di giustizia di lasciare subito la casa. Le frasi riportate nel capo d’accusa sono esplicite: “Ora te ne devi andare, pentito di merda, prima che ti spariamo” e ancora “Infame di merda, pentito di merda, te ne devi andare di qua, sennò ti spariamo”.

In quel contesto, secondo la ricostruzione della Dda, Iorio avrebbe afferrato la vittima strattonandolo, mentre Giannetti l’avrebbe minacciata nuovamente e colpita alla fronte con il calcio della pistola. Un’aggressione che avrebbe provocato al collaboratore una lesione traumatica, indicata negli atti come una sottile lacerazione di circa un centimetro. Farina e Iorio, sempre stando alla tesi dell’accusa, avrebbero inoltre cercato di colpirlo con schiaffi e pugni.

Non sarebbe finita lì. Dopo le minacce e l’aggressione, i tre sarebbero rimasti sulla soglia dell’appartamento, controllando che l’ex esponente del gruppo Sacco-Bocchetti raccogliesse in fretta pochi effetti personali e lasciasse davvero l’abitazione. Gli avrebbero intimato di fare presto, usando espressioni in dialetto come “Fa ambress”, fino a costringerlo a uscire di casa. Per gli inquirenti, l’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere la disponibilità dell’appartamento e, soprattutto, di allontanare dal territorio comunale una persona ritenuta scomoda per il suo passato di collaboratore.

Nella stessa mattinata del 2 maggio, tra le 8.45 e le 9.15, il pentito si sarebbe trovato all’esterno dell’ufficio postale di Maddaloni, mentre la compagna era entrata a prelevare il denaro necessario per andare via. Anche lì, secondo l’accusa, avrebbe notato di nuovo Folgieri, che lo osservava e seguiva i suoi spostamenti. L’uomo gli avrebbe rivolto un’altra frase intimidatoria: “C’ vo’ ancor tiemp per andare via da qui”. Un messaggio che, nella lettura degli investigatori, avrebbe confermato la pressione esercitata sulla coppia perché lasciasse la città.

La Procura di Napoli, Direzione distrettuale antimafia, aveva chiesto la custodia in carcere contestando inizialmente l’estorsione aggravata dal metodo mafioso, ritenendo che le minacce e la violenza fossero servite a procurare agli indagati un ingiusto profitto, cioè la disponibilità dell’abitazione. Il gip Sorrentino, pur accogliendo la richiesta cautelare, ha riqualificato il capo principale nel reato di violenza privata aggravata dal metodo mafioso. Resta contestato, per Giannetti, anche il capitolo relativo alla detenzione e al porto della pistola, oltre all’utilizzo dell’arma per colpire il collaboratore.

Il metodo mafioso, secondo l’impostazione accusatoria recepita dal giudice ai fini cautelari, emergerebbe dalle modalità dell’azione: minacce reiterate, presenza di più persone, uso di un’arma, irruzione nell’abitazione e riferimenti continui alla qualifica di “pentito”, tali da ingenerare nella vittima la convinzione di trovarsi davanti a una richiesta proveniente da ambienti camorristici. Per Giannetti viene contestata anche l’aggravante di aver commesso i fatti mentre era sottoposto agli arresti domiciliari per un altro procedimento pendente davanti al Tribunale di Forlì.

Il provvedimento è stato emesso il 3 giugno. Il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere per Farina, Iorio, Folgieri e Giannetti, ritenendo sussistenti esigenze cautelari legate al pericolo di reiterazione. Dopo l’esecuzione della misura, gli indagati – da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile – saranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari. In quella sede potranno fornire la loro versione dei fatti e contestare l’impianto accusatorio costruito dalla Dda e dai carabinieri.

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