CASAPESENNA – L’impegno nelle campagne elettorali, gli appalti da indirizzare verso imprese amiche, il business delle onoranze funebri, la forza mafiosa per ostacolare la concorrenza. E poi le intimidazioni, le bombe e i colpi d’arma da fuoco contro attività commerciali e abitazioni. Sono alcuni dei fronti criminali che abbiamo raccontato negli ultimi mesi, ricostruendo l’indagine su Costantino Garofalo, arrestato a luglio per associazione mafiosa e ritenuto dagli inquirenti uno dei nuovi riferimenti del clan Zagaria. Ma c’è un altro capitolo. Riguarda un affare che potrebbe garantire alla cosca enormi guadagni: la droga.
Gli Zagaria, attraverso Filippo Capaldo, Garofalo e i rapporti con ambienti della ‘ndrangheta, potrebbero aver costruito una rete di contatti per entrare nel traffico di stupefacenti. È l’ipotesi emersa dall’inchiesta dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, coordinata dai pm Vincenzo Toscano, Alfredo Gagliardi e Vincenzo Ranieri. Le intercettazioni avrebbero fatto emergere una possibile struttura dedita al traffico di droga, con canali di approvvigionamento che potrebbero partire dalla Spagna e una rete di distribuzione sul territorio di Casapesenna.
Uno scenario ancora da dimostrare, ma significativo. Il mercato degli stupefacenti, in passato ostacolato da alcune componenti della camorra casalese, potrebbe essere diventato anche per gli Zagaria una fonte di finanziamento, capace di produrre capitali da reinvestire in altre attività.
A guidare la presunta struttura potrebbe esserci, secondo gli investigatori, Filippo Capaldo, nipote e delfino del boss ergastolano Michele Zagaria Capastorta. Una figura alla quale viene attribuito un possibile ruolo di vertice in un’organizzazione che avrebbe potuto affidare alle nuove leve la distribuzione degli stupefacenti. Capaldo era stato arrestato lo scorso marzo a Tenerife, con le accuse di reimpiego di capitali illeciti e trasferimento fraudolento di beni, nell’ambito dell’indagine che aveva coinvolto anche gli zii Carmine e Antonio Zagaria, accusati di mafia. Tutti sono stati successivamente rimessi in libertà.
Nella possibile rete della droga gli investigatori individuano, oltre a Capaldo, Costantino Garofalo, Igor Catalano, Gianluca Piccolo e Paolo Francesco Serao. Soggetti che, secondo la ricostruzione dei militari, potrebbero garantire l’approvvigionamento e la distribuzione degli stupefacenti almeno a Casapesenna. Un’ipotesi sostenuta anche dalle verifiche sulle disponibilità economiche di Garofalo e Catalano, il cui tenore di vita, secondo gli inquirenti, non apparirebbe compatibile con i rispettivi redditi dichiarati e le attività lavorative conosciute.
Garofalo e Serao figurano già tra gli indagati nell’inchiesta antimafia sfociata negli arresti dello scorso luglio. Al primo viene attribuito un ruolo di vertice nella riorganizzazione della fazione Zagaria, mentre il secondo è indicato come uomo di fiducia del gruppo, impiegato anche nella gestione di una bisca clandestina. Entrambi sono accusati, tra l’altro, di aver partecipato all’intimidazione con colpi di fucile contro l’abitazione di un cittadino marocchino a Casapesenna. Con Gianluca Piccolo sono inoltre coinvolti nell’accusa relativa a un successivo attentato con un ordigno esplosivo contro la stessa abitazione. Episodi che la Procura ritiene aggravati dal metodo mafioso.
Ma il possibile affare della droga porterebbe anche fuori dalla provincia di Caserta. In particolare a Igor Catalano, ritenuto dagli investigatori vicino alla famiglia calabrese Tripodo, legata alla ‘ndrangheta e radicata anche nell’area di Fondi, in provincia di Latina.
I carabinieri avevano già documentato due incontri tra Garofalo e Catalano nel 2024. Nel primo, avvenuto a Fondi alla presenza anche di Domenico Tripodo, si era discusso di un investimento immobiliare milionario a Casaluce, relativo alla realizzazione di circa 150 appartamenti. Nel secondo, a Casapesenna, Catalano aveva chiesto informazioni su Filippo Capaldo e sugli equilibri interni ai Casalesi. Rapporti che, secondo gli inquirenti, dimostrerebbero la capacità di Garofalo di mantenere contatti con ambienti criminali esterni al territorio.
Domenico Tripodo è nipote dell’omonimo boss conosciuto come Don Mico, storico esponente della ‘ndrangheta reggina, indicato nelle ricostruzioni storiche anche come testimone di nozze di Salvatore Riina.
Sono questi collegamenti a spingere gli investigatori a valutare l’ipotesi di un’alleanza tra ambienti della ‘ndrangheta e la componente Zagaria anche nel traffico degli stupefacenti. Un affare che potrebbe avere nella Spagna il punto di partenza, in Capaldo la regia e nei giovani del gruppo gli uomini incaricati della distribuzione sul territorio.
La domanda alla quale dovranno rispondere gli investigatori è se gli Zagaria abbiano effettivamente deciso di entrare nel mercato della droga, sfruttando i rapporti con la criminalità calabrese e affidando la gestione operativa alle nuove leve. Un’ipotesi che, se dimostrata, segnerebbe un passaggio significativo nell’evoluzione degli affari della cosca. Per ora resta uno scenario investigativo da verificare. Tutte le persone citate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva. Per le informazioni in nostro possesso, Catalano non è coinvolto nell’indagine che ha portato all’emissione della misura cautelare nei confronti di Garofalo. Inoltre, né a lui né agli altri soggetti citati risultano formalmente contestati reati legati al traffico di stupefacenti.
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