Alchimisti al lavoro

Foto Roberto Monaldo / LaPresse Nella foto Vincenzo D'Anna
Foto Roberto Monaldo / LaPresse Nella foto Vincenzo D'Anna

Si erano riempiti la bocca del nome e del prestigio internazionale di Mario Draghi. Ne avevano tessuto le lodi con la stessa buona fede di un mercante di granaglie convinto di aver tra le mani un buon affare. Correva il febbraio del 2021, quando l’ex governatore della Banca Centrale Europea giurava nelle mani del Capo dello Stato sollevando dall’impotenza un’intera classe politica incapace di dare un terzo governo alla legislatura, dopo le anfotere esperienze di Giuseppe Conte a palazzo Chigi, alleato prima con la lega di Salvini e poi col Pd, storico esempio di trasformismo all’italiana. Sarà che in quel periodo correva il Carnevale e tutti si erano messi la maschera per l’occasione, in tanti si mostravano duttili, disponibili e mansueti al cospetto della soluzione prospettata da Super Mario: quella di un governo tecnico che potesse ricomprendere tutti i gruppi parlamentari (tranne FdI di Giorgia Meloni). Insomma un nuovo “uomo della provvidenza”, venuto a togliere le castagne dal fuoco ai leader di partito, indecisi su tutto, finanche sull’elezione del Presidente della Repubblica.

Alla lunga, sopìti i dubbi e scomparsa la paura del voto anticipato, peraltro in piena pandemia, le vecchie magagne ed i limiti dell’attuale classe dirigente si sono puntualmente ripresentati. Privi di un’idea coerente e complessiva su come affrontare il futuro della Nazione, i nostri eroi si sono prima aggrappati al governo dell’ex banchiere, poi, pian piano, hanno messo fuori la testa recuperando autonomia di giudizio e soprattutto la vocazione alla lotta intestina. Era cosa da poter prevedere in un Paese nel quale cambiano i musicanti ma non lo spartito, così come immutata restava la fotografia della rappresentanza parlamentare che ancora assegna la maggioranza relativa dei seggi al Movimento 5 Stelle, o meglio a quel che ne rimane tra gruppi e sottogruppi formatisi, nel frattempo, per implosione interna. Man mano che la politica di governo dispiegava le proprie potenzialità di esecutivo tecnico di unità nazionale, ovvero procedeva senza giochi di corridoi e senza condizionamenti, i capi bastone cominciavano a sgomitare, precisare, protestare, chiedere chiarimenti al primo ministro in carica.

Quest’ultimo, poverino, si era illuso di poter cambiare la natura intima dei partiti che lo avevano blandito e sostenuto, portandoli ad essere coerenti e disinteressati sui provvedimenti assunti. La crisi dello schieramento di maggioranza relativa, quello grillino, che è, a poco a poco, franato e si è disunito smarrendosi attorno al dualismo Conte- Di Maio ed alle ondivaghe prese di posizioni dell’ideologo Beppe Grillo, ha creato le condizioni perché Draghi ne traesse le conclusioni. Si somma, a questa contingenza, anche la crisi economica derivata dalla guerra in Ucraina ed i relativi contraccolpi di natura energetica (vedi caro bollette) con le gravi ricadute su un elettorato inferocito, preda dell’atavica inclinazione che hanno gli italiani di voler guardare alle proprie aspettative di vita più che all’idealità solidale di dare aiuto ad una Nazione vilmente aggredita ed occupata. A questo punto è stato giocoforza cominciare con i distinguo e con le richieste utili oltre i programmi del governo. Immemori ed ingrati, vittime del vuoto pneumatico che ne caratterizza l’essenza, i partiti personalizzati, contenitori vuoti di denominatori afferenti a persone più che a valori sondativi ed idee programmatiche, hanno mollato il super tecnico alla vigilia del confronto con il corpo elettorale.

I Cinque Stelle, nel tentativo di far risorgere le tesi qualunquiste che ne decretarono i successi; la Lega di Salvini, nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi ed il Pd, visto fallito o ridimensionato il tentativo di realizzare il famoso “campo largo” con il M5S, si sono arroccati nella difesa del proprio interesse presente e prossimo futuro. Se Mario Draghi non ritirerà le proprie dimissioni, resistendo alle pressioni di Sergio Mattarella per un reincarico che lo rimandi alle Camere per racimolare un voto di fiducia comunque sia, si andrà diritti alle elezioni anticipate. Poco male vista la frammentazione dei gruppi parlamentari e l’indeterminatezza che avvolge i principali partiti. Ancora meglio evitare un ritocco della legge elettorale in senso proporzionale assoluto, che accentuerebbe, in futuro, le cause dei problemi del presente, ovvero la babele di un pallottoliere parlamentare e di stati di necessità che mischino forze antagoniste e come tali alternative nei programmi futuri. La morale di fondo è molto semplice: il sistema ha raggiunto il suo limite. Senza rinnovare forma e natura dei partiti, come Enti di diritto pubblico, e senza una legge elettorale ad impronta maggioritaria, che dia al popolo la facoltà di scegliere capo del governo e maggioranza, saremo sempre di più in mano ai piccoli alchimisti del potere.

*già parlamentare
© RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome