Dalla parte sbagliata

Migranti in fuga dalla Libia
Foto Ufficio Stampa Marina Militare/LaPresse

Aveva ragione Silvio Berlusconi quando, nel marzo del 2011, si oppose alla proditoria aggressione del regime libico di Gheddafi da parte delle truppe ribelli. Fu la Francia di Nicolas Sarkozy a bombardare le postazioni del Colonnello dando manforte agli insorti che, con grande enfasi, la stampa occidentale celebrò come esponenti della cosiddetta “primavera araba”. Sotto quel nome furono etichettati i movimenti di ribellione che ribaltarono, anche in Tunisia, Egitto, Siria e Yemen, i regimi al potere, in nome della libertà politica e del riscatto dalla atavica condizione di sottosviluppo che caratterizzava la vita di quei paesi (nonostante la loro ricchezza petrolifera). In Libia seguì un massiccio intervento militare da parte delle forze armate delle 23 Nazioni che si erano allineate alla risoluzione dell’Onu contro il rais di Tripoli. Svolgemmo, allora, un ruolo di mero supporto logistico con l’impiego di basi e di qualche aereo presente sul teatro di guerra. Da quel giorno, la Libia ha vissuto un continuo e tormentato conflitto civile tra i fedelissimi di Haftar (vecchio generale di Gheddafi), capo indiscusso della Cirenaica, ed El Serraj, leader senza truppe, insediatosi a Tripoli. L’insussistenza di una politica estera comune della Ue, oltre che la strutturale inadeguatezza del ministro degli Esteri, “Lady Pesc”, l’italiana Federica Mogherini (priva di qualsivoglia potere di reale rappresentanza), ha fatto in modo che Bruxelles affrontasse la questione libica in ordine sparso. L’Italia, votata, per naturale vocazione, alla ignavia in politica estera, ha interloquito con quella parte del potere libico che controllava il territorio prospiciente alle proprie coste, tanto al fine di poter “monitorare” e limitare gli sbarchi dei migranti. Una visione miope e limitata al contingente, quella della Farnesina, che ha subordinato la scelta tra i due contendenti libici a chi meglio poteva assecondare l’attuazione della politica di contenimento degli sbarchi. È stato quindi El Serraj, che controllava Tripoli, il preferito da Roma che, incurante dei più vasti orizzonti ed interessi nazionali, ha scelto di subordinare la politica estera alla politica interna, ovvero il contenimento dell’arrivo dei migranti dalle spiagge della Libia. Un argomento di politica interna divenuto il cavallo di battaglia e l’argomento principale sul quale Matteo Salvini ha costruito le buone sorti elettorali della Lega. Insomma, l’Italia è stata costretta dalla convenienza politica di piccolo cabotaggio, a trascurare una visione complessiva ed organica del teatro internazionale dei propri interessi, ovvero gli interessi economici legati all’estrazione del petrolio e del gas naturale libico, ad opera dell’Eni, e le concessioni che permettono all’ente di Stato di operare sul territorio libico. Quanto possa pesare sulla bilancia dei pagamenti italiana una limitazione di quelle concessioni non è dato sapere ma non potrà certo essere di entità marginale in una Nazione già afflitta dalla stagnazione economica e dal debito pubblico. Tutto questo nel mentre la Francia (con truppe sul campo), gli Usa, l’Inghilterra e l’Arabia Saudita sostengono Haftar ed il suo esercito che avanza su Tripoli. La vittoria di quest’ultimo non tarderà ad arrivare e  colui che potrà essere il leader della Libia riunificata, seppure per mano militare, si avvarrà di intese preferenziali con quei Paesi che, paradossalmente, hanno determinato il defenestramento di Gheddafi. Non ci vuole molto acume strategico a prevedere guai e complicazioni per le nostre concessioni e gli impianti dell’Eni, a vantaggio di francesi, americani, inglesi e della onnipotente Arabia Saudita ove non desta scandalo l’assolutismo monarchico e liberticida della dinastia di re Feisal. Basta questo a svelare come le primavere arabe siano state un semplice pretesto per mezzo del quale la superpotenza americana, coadiuvata da francesi, inglesi e dagli arabi (filo americani), si è sbarazzata di gente divenuta ingombrante come il Colonnello, e di vecchi alleati come Ben Alì (Tunisia) e Mubarak (Egitto). Insomma l’eterno riproporsi della politica del randello più lungo, della forza militare statunitense che solo in Siria ha trovato l’opposizione della Russia corsa a sostenere un altro satrapo, il siriano Bashar Al Hassad, rimasto in sella. Una miopia, quella della politica estera italiana, che corriamo il rischio di pagare a caro prezzo per scelte sbagliate e per non aver avuto mai il coraggio di utilizzare, come forza di interposizione e di pace tra i contendenti libici, quell’esercito che invece viene utilizzato in scenari di guerra a noi estranei e lontani. Eppure non si tratta del primo svarione diplomatico strategico commesso dal Governo italiano. Quello libico, infatti, fa il paio con l’altra sciagurata scelta di schierarsi con un altro dittatorello marxista leninista quale Nicolas Maduro che ha affamato e ridotto in miseria un intero popolo in Venezuela. Anche in questo caso, non percependo oppure ignorando il fenomeno dei moti popolari di ribellione, che hanno imposto Juan Guaidò a presidente del Venezuela, peraltro riconosciuto dagli Usa, dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dai principali Paesi del blocco occidentale. Un quadro di desolante approssimazione, della mancanza di una politica accorta e previdente verso gli interessi generali di un’Italia ormai sempre più ripiegata su se stessa.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome