Il volo del calabrone

Vincenzo D'Anna

In veste di senatore ho avuto l’opportunità di chiedere a ben tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi e Gentiloni), quale fosse l’impostazione socio-economica del governo che essi presiedevano, ovvero se fossero stati a capo di compagini che ispiravano i loro programmi al liberalismo oppure al socialismo. Da nessuno degli interpellati ho mai avuto risposta così come sono sicuro che non ne avrei dall’attuale premier Giuseppe Conte che presiede un esecutivo raffazzonato nel post elezioni.
Le domande che ho posto non sono inutili, né tantomeno appartengono al chiacchiericcio inconsistente della politica. Sono invece l’elemento essenziale per comprendere come in Italia, al di là dei luoghi comuni e delle mode, tutto, in fondo, sia rimasto uguale a se stesso e che nemmeno il susseguirsi dei governi sia stato in grado, in tutti questi anni, di modificare un’impostazione di fondo che rende la nostra Nazione un ibrido tra socialismo e liberalismo, statalismo e libera iniziativa economica. L’incapacità di ammodernare lo Stato, di rendere efficiente la macchina amministrativa, di liberare le capacità, l’energia e i capitali dell’impresa privata a vantaggio dell’efficienza dei servizi, deriva appunto proprio da questa mai risolta ambiguità di fondo sull’intima natura dello Stato e della nostra economia.
Diciamocela tutta: non c’è chi non si lamenti, ogni giorno, della scadente qualità dei trasporti, della sanità, della scuola, della giustizia, e nello stesso tempo è raro trovare chi si renda conto che tutti questi disservizi sono figli dei monopoli statali oppure dei monopoli privati che si creano per concessione dello Stato e che, alla base di tali disfunzioni, manchi il principio essenziale della competizione tra soggetti diversi che si misurano all’interno di regole condivise. In sintesi, la carenza di sistemi la cui floridità economica dipenda esclusivamente dal gradimento e dall’apprezzamento degli utenti a cui è rivolto il servizio medesimo.
Il monopolio statale vive di rendita e non dà conto né degli sprechi, né degli sperperi che vengono parcellizzati e accollati all’intera popolazione sottoforma di debito pubblico (e quindi di tasse).
Il monopolio privato invece, godendo del lassismo e delle compiacenze del potere statale, spesso è orientato a massimizzare i profitti in danno dell’efficienza dei servizi. Peggio ancora fa lo statalismo che riesce addirittura a creare un doppio danno alla collettività allorquando consente, da un lato di privatizzare gli utili alle imprese private, dall’altro di pubblicizzare le perdite che le imprese stesse accumulano. E’ questo il caso dell’Ilva di Taranto, delle acciaierie di Terni, delle miniere del Sulcis e di tante altre realtà che hanno visto intervenire lo Stato nel momento in cui, per vari motivi, veniva meno l’iniziativa privata sotto il ricatto della perdita dei posti di lavoro; lo stesso ricatto che alimenta, con la Cassa Integrazione, buona parte del capitalismo italiano assistito dallo Stato.
Il crollo del ponte Morandi a Genova ha riaperto il dibattito sulle nazionalizzazioni, in particolare quello sulla rete autostradale. Ovviamente si procede a tentoni senza avere la minima idea di quali possano essere i vantaggi e gli svantaggi per i cittadini. Non esiste, infatti, a tutt’oggi, uno studio serio che possa far propendere per l’una o per l’altra ipotesi tenendo conto della centralità dell’interesse degli utenti della rete autostradale ovverossia del basso costo, dell’efficienza, della sicurezza della rete, della sua manutenzione e dell’ammodernamento delle tratte in un contesto nel quale lo Stato è in braghe di tela per la pregressa montagna di debito che ancora continua ad affliggerlo.
L’Italia può essere paragonata ad un calabrone che ha un corpo molto ingombrante ed ali molto piccole per poter volare secondo le leggi della fisica e dell’aerodinamica. E tuttavia vola. Ed è su questa fortuita circostanza che in Italia si continua a fare affidamento per governare la Nazione.

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