La grande abbuffata

Tranquilli. Il titolo può ingannare il lettore. Non si tratta della recensione postuma del grande film del regista Marco Ferreri del 1973, con Philippe Noiret, Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi. La storia di un gruppo di amici che decidono di suicidarsi mangiando fino a scoppiare. Una simpatica e allegra sceneggiatura utilizzata come parodia per la denuncia di un mondo ormai dedito ai piaceri della vita, al punto tale da far soccombere ogni altra idealità o valore umano. Si tratta, invece, dell’imminente rinnovo dei consigli di amministrazione e dei vertici delle grandi e medie imprese partecipate dallo Stato per il tramite del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Nei prossimi mesi si giocherà, infatti, la partita più appetitosa per la politica italiana: quella che permetterà ai partiti di governo di occupare il vero potere economico, gestionale e clientelare del Belpaese. Una greppia stracolma di denaro, di possibilità occupazionali, di investimenti mirati ad opere e servizi statali. Il tutto in una nazione, la nostra, popolata da gente dedita da secoli ad arraffare opportunisticamente prebende di vario titolo, salvo poi trasformarle in affiliazione politico elettorale in favore del partito che concede il beneficio. In questi mesi osserveremo di che pasta sono fatti i partiti di maggioranza e che coerenza mostreranno rispetto ai proclami che da settimane vanno facendo nelle aule parlamentari e nei loro convegni. Insomma: l’opinione pubblica potrà misurare l’esatta distanza che intercorre tra i buoni propositi enunciati dai movimenti politici e la eventuale mediocrità delle scelte da loro operate. Da queste stesse colonne abbiamo più volte denunciato che il nostro è un Paese che non ha una propria precisa identità socio economica di stampo liberale. All’opposto, l’Italia è una nazione cripto socialista, caratterizzata da una pervasiva interferenza del potere statale in ogni ambito della nostra vita di liberi cittadini, detentrice di monopoli e privilegi e compartecipe in migliaia di aziende dette “pubbliche”. Queste ultime, forti di un esercito di designati dai partiti negli organismi direttivi, ben pasciuti e remunerati, sfiorano le quarantamila unità!! Altro che riduzione dei parlamentari e dei vitalizi, come predicato dai grillini nella loro mistificazione dei fatti!! Nelle partecipate un fiume di danaro alimenta consorterie che attraverso favori ed assunzioni, spostano cospicue masse di voti. Un fenomeno, quello descritto, già denunciato, a suo tempo da don Luigi Sturzo, il fondatore del partito popolare italiano. Questi così scriveva: “Lo statalismo rompe il nesso etico tra la ricompensa ed il merito; i partiti che occupano lo Stato gestiscono le aziende pubbliche con criteri politici e clientelari, senza l’assillo delle perdite di gestione perché il governo rifonde e finanzia quelle perdite. Tale gestione risponde agli interessi elettorali e non all’efficienze dei servizi da rendere al cittadino”. In questa cornice si svolgeranno i rinnovi dei vertici delle aziende statali, un lungo elenco di sigle: Rai, Monte Paschi di Siena, Leonardo (ex Finmeccanica), Terna, Poste Italiane, Eni, Enel, Ferrovie, Enav, Consip, InvItalia e così via. A poche settimane dal rinnovo nessuno si prende la briga di definire un criterio di selezione pubblica di coloro che hanno titoli per essere scelti, che non lasci le mani libere per scelte private e politicizzate in ambito pubblico. Un vecchio detto della scuola liberale asserisce che “la carica non santifica chi la ricopre”, ovvero che se scegli un cortigiano, un ignorante, un incapace, un maneggione al posto di un manager qualificato, questi rimarrà tale anche dopo essere assurto a prestigiosi ruoli. Insomma, volendo riepilogare: siamo al cospetto di un ginepraio di compromessi leciti o presunti tali che le forze politiche si apprestano a spartirsi nella quiete garantita dall’ignoranza degli elettori e dall’italica vocazione che le ingiustizie che ci offendono solo quando non ci procurano un diretto vantaggio. Poiché quasi tutti sono in attesa di piluccare qualche briciola dalla tavola imbandita, nessuno si erge a difensore della moralità pubblica, avendola peraltro ignorata nei tempi in cui era stato al governo. E’ lecito pensare che anche stavolta gli interessi diffusi garantiti dal solito andazzo diano gli stessi identici risultati. Una grande abbuffata di potere gestionale che, a differenza dell’omonimo film, non porterà alla morte né della partitocrazia, né dello statalismo, ma ne perpetrerà la consuetudine ed i danni di un Paese indebitato fino al collo e sempre più in braghe di tela…

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