MARCIANISE – La mafia casertana resta sullo sfondo dell’intera vicenda: come contesto, come rete di relazioni evocata per tentare una mediazione e, secondo l’accusa, come leva intimidatoria usata per costringere la vittima a pagare. È uno dei punti centrali dell’inchiesta della Squadra Mobile di Caserta che, nei giorni scorsi, ha portato all’esecuzione di nove arresti nell’indagine coordinata dalla Dda di Napoli, con il pm Alfredo Gagliardi.
Al centro dell’inchiesta c’è un debito di oltre 600mila euro maturato nel commercio di auto di lusso. La vittima, un imprenditore attivo nella zona sammaritana anche nel settore degli orologi di pregio, avrebbe contratto l’esposizione nei confronti di Carmine Derrotti, 34 anni, domiciliato a Caivano. Quando il rientro della somma sarebbe diventato sempre più difficile, Derrotti, secondo la ricostruzione dell’Antimafia, avrebbe attivato una rete di conoscenze e collegamenti criminali per fare pressione sull’imprenditore, fino al sequestro, al pestaggio e alle minacce.
Il contesto mafioso emerge già dal racconto iniziale della vittima. Nella denuncia resa ai poliziotti, l’imprenditore avrebbe riferito di avere parentele con la famiglia Bifone, indicata come vicina all’area Belforte, i “Mazzacane”. Un ambiente che, in passato, lo avrebbe portato anche ad avere alcune vicissitudini giudiziarie. In questo quadro, secondo gli investigatori, si sarebbero inseriti Fabrizio e Andrea Menditti, ritenuti dagli inquirenti contigui ad ambienti riconducibili al clan Belforte e coinvolti, sempre secondo l’accusa, nei tentativi di costringere la vittima a saldare il debito.
Il tema dei Casalesi entra invece in un altro passaggio della ricostruzione. La vittima avrebbe raccontato di una videochiamata con Pasquale Apicella, durante la quale sarebbe stata invitata a “risolvere” la questione dei 600mila euro. Dagli atti emerge anche il riferimento a Salvatore Giuseppe Buttone, indicato dall’imprenditore come suo amico e soggetto legato alla famiglia Belforte e disponibile a intercedere, attraverso persone di maggiore spessore criminale, per trovare una soluzione. La vittima, però, respingendo l’offerta — Buttone è estraneo all’inchiesta — ha scelto di rivolgersi alla polizia, imboccando la strada della denuncia. Una scelta che ha contribuito ad avviare l’attività investigativa sfociata poi nel decreto di fermo, successivamente convalidato dal tribunale.
Secondo la Dda, la pressione non si sarebbe fermata alle minacce. L’imprenditore sarebbe stato pedinato, bloccato mentre era a bordo della propria auto, costretto a salire su una Fiat Punto bianca, immobilizzato con fascette, incappucciato e portato nei pressi del cimitero di San Prisco. Qui sarebbe stato minacciato con armi e colpito con schiaffi, pugni e cazzotti. Un episodio che, per gli inquirenti, confermerebbe il ricorso a modalità tipiche dell’intimidazione camorristica.
In carcere sono finiti Francesco Argenziano, 49 anni, di Casapulla; Cuono Domenico Buonavolontà, 32 anni, e Pasquale Campolattano, 44 anni, entrambi di Maddaloni; Carmine Derrotti, 34 anni, di Caivano; Andrea Menditti, 51 anni, Fabrizio Menditti, 47 anni, e Antonio Rosato, 50 anni, tutti di Recale; Lorenzo Smeragliuolo, 38 anni, e Marco Varletta, 45 anni, entrambi di Marcianise. Risultano coinvolti a piede libero Marco Albertini, 47 anni, di Napoli, Pasquale Apicella, 58 anni, e Pasquale Corvino, 40 anni, entrambi di Casal di Principe.
Le accuse contestate, a vario titolo, sono tentata estorsione, sequestro di persona, lesioni, rapina e armi, con l’aggravante del metodo mafioso. Gli indagati sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. Nel collegio difensivo figurano gli avvocati Giuseppe De Lucia, Nicola Musone, Nello Sgambato, Massimo Guadagni, Michele Ferraro, Andrea Piccolo, Carlo De Stavola e Ferdinando Letizia.















