Prodotti bio, salvare il mondo col carrello della spesa

© Foto LaPresse - Matteo Corner

Alimentarsi rispettando l’ambiente. Un obiettivo che viene rincorso sempre più spesso dai consumatori, attenti alle etichette, e a come vengono trasformati i prodotti. La corsa al bio nasce per la convinzione diffusa che i prodotti naturali siano meno dannosi per la salute. Ultimamente a questo aspetto si è aggiunto quello della salvaguardia dell’ambiente. Un ortaggio che viene da una coltura biologica è arrivato in tavola senza rilasciare sostanze dannose per il pianeta. Una scelta etica che abbraccia ormai tutti i settori economici. Ma è difficile orientarsi tra i banchi del mercato e tra gli scaffali della grande distribuzione. Manuel Lombardi, presidente di Coldiretti Caserta e, soprattutto, “contadino 2.0”, come ama autodefinirsi, dà ai lettori di ‘Cronache’ piccoli consigli per fare la spesa.

In questo periodo cresce l’attenzione verso un’alimentazione più rispettosa dell’ambiente. Si cerca di stare attenti alle etichette che riportano la dicitura ‘bio’. E’ solo una moda o c’è davvero più attenzione agli alimenti?

Per il 50% è una moda, e anche per la restante parte bisogna stare attenti a chi davvero sposa uno stile di vita ‘green’. Non farsi prendere in giro, imparare a leggere le etichette. Il problema principale è il tempo: andiamo di fretta e mettiamo prodotti nel carrello senza leggere bene gli ingredienti e la provenienza.

Cosa vuol dire agricoltura biologica?

Le agricolture biologiche certificate sono realtà scelgono di sottoporsi a controlli rigidi di produzione che riguardano il non utilizzo di pesticidi, insieme ad altri fattori. Il problema principale in questo caso è capire se prodotti che provengono dall’estero, spacciati per ‘bio’, siano stati controllati come i nostri. Bisogna stare attenti alla stagionalità e anche al prezzo. Un costo troppo basso di certo non rappresenta qualità.

E’ difficile oggi scegliere di coltivare e allevare riducendo le sostanze inquinanti?

Dipende dal territorio, se è fertile potrebbe non aver bisogno nemmeno dell’acqua. Poi c’è qualche furbo che di notte spruzza schifezze nei campi. Io a una mela perfetta e lucida ne preferisco una annurca, che magari presenta qualche imperfezione. Il problema principale è la mancata educazione alimentare. Cosa possiamo fare se c’è chi compra ananas, banane e poi zucchine a gennaio?

Pesticidi e antiparassitari. Che danni possono provocare all’ecosistema?

Oltre ad inquinare i terreni alterano e accelerano il sistema della produzione. Siamo abituati ad avere tutto e sempre. Quindi compriamo prodotti fuori stagione che provengono necessariamente da serre dove viene usato un po’ di tutto.

Parliamo degli involucri. Siamo abituati ad andare al supermercato, acquistare i prodotti e a buttare via gli imballaggi. Questo processo aumenta la produzione di rifiuti. Cosa si può fare per ridurre l’impatto sull’ambiente?

In questo periodo c’è più attenzione, a breve i supermercati dovranno conformarsi alla nuova normativa. Vorrei sottolineare un aspetto. C’è chi compra insalata in busta perché pensa sia più sicura, è un problema di fiducia. Non è facile affidarsi a piccole realtà di produzione. Il consiglio è sempre leggere l’etichetta.

Anche nel mondo del commercio cresce l’attenzione al bio. Nelle grandi città aprono dei veri e propri supermercati del naturale, con prezzi più alti di quelli a cui siamo abituati. Meglio cercare l’etichetta o andare in campagna dal piccolo produttore agricolo?

Oggi anche il piccolo produttore agricolo sta cercando di adeguarsi ai prodotti bio. Il contadino è un’etichetta narrante. Racconta la sua storia e quella del prodotto. Si può vedere dove cresce, toccare con mano. Io consiglio a chi ha tempo di andare al mercato, frequentarne diversi. Chi vende non è un commesso, sa davvero come è fatto quel prodotto.

Nello statuto su cui si fonda Coldiretti si legge che l’associazione si occupa “di favorire pratiche tese a contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, il razionale uso dell’acqua, del suolo e del territorio, la salubrità dell’aria, la diffusione di energie rinnovabili e tutti i comportamenti virtuosi tesi ad esaltare il miglioramento dell’ambiente e la cultura di un consumo consapevole”. Coldiretti è in tal senso un’avanguardia in Italia. Come realizza questo obiettivo?

Intanto con il marchio ‘Campania Amica’, poi con controlli e rigidità. E’ un circuito rigoroso, chi sbaglia deve uscire. Ma è proprio questa rigidità a dare garanzia. Poi c’è lotta sui dazi, sulle etichette. Le nostre battaglie sono anche politiche. Dobbiamo dialogare con i governi per preservare il ‘Made in Italy’. In Europa c’è una sorta di omologazione, ma le produzioni italiane sono speciali e in Europa lo sanno bene. Dobbiamo difendere le nostre eccellenze.

Ambiente e alimenti in Campania. A che punto siamo con l’agricoltura biologica e con i prodotti bio?

In Campania è aumentata per una ragione storica: difendersi da un pregiudizio. Io voglio dare un dato: i tedeschi comprano da noi prodotti ortofrutticoli, soprattutto di quarta gamma (ortofrutta fresca, lavata, confezionata e pronta al consumo, cruda o da cuocere, ndr). Sanno che è sicura perché effettuano le analisi sui prodotti, sanno che sono genuini e salubri. I tedeschi scelgono prodotti bio campani e i campani no. Quelle stelline di qualità sui prodotti biologici servono a difendersi, ad allontanare la paura.

Nella filosofia bio c’è anche il ritorno alle abitudini dei nonni. Le conserve, la premitura delle olive sono dei piccoli esempi. Bisogna tornare al passato per tutelare il nostro futuro?

Sì, ma senza eccessi. E’ evidente che il mondo sia cambiato. Però ogni tanto bisogna fermare il tempo. I nostri nonni hanno spento cento candeline mangiando zuppa di fagioli, un bicchiere di vino al giorno e una mela. Non è solo il metodo di produzione ma anche la quantità. Abbiamo troppo e sempre. La dieta mediterranea dovrebbe essere uno stile di vita, essere equilibrati ma è un fatto che sia seguita solo dal 10% dei bambini.

Un messaggio per i più piccoli.

I genitori hanno un ruolo importantissimo per educarli all’alimentazione, soprattutto in Campania dove c’è il tasso più alto di obesità infantile. Mi dispiace per un territorio che ha dato i natali alla cucina napoletana, di cui anche quella casertana è figlia. Vedo tanti bimbi che hanno difficoltà, ma non dipende da loro. Sembra che abbiamo quasi rinnegato le nostre origini. Pensiamo al dopoguerra quando di domenica invece del Casavecchia si metteva in tavola una bottiglia di coca.

E allora qual è la via d’uscita?

Bisogna tornare indietro, al ‘poco’ eccezionale. Le cose semplici devono essere l’obiettivo dei nostri figli. Perché se mangi bene stai bene. Consiglio di far vivere ai bimbi il rapporto con terreni e allevamenti: raccogliere un frutto, prendere un uovo nel pollaio possono insegnare che dopo il sacrificio arriva un premio. Inoltre andando nei campi si fa esercizio, si evita la pigrizia. E poi recuperare i terreni incolti riduce anche il rischio frane. Fa bene al pianeta.

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