La gestione dei resi e delle garanzie è diventata una fonte di frustrazione per molti consumatori. A questa difficoltà si è aggiunta una nuova pratica commerciale che solleva dubbi sia sulla tutela dei clienti sia sull’impegno ambientale del settore retail. Alcune grandi catene hanno infatti iniziato a proporre la conservazione dello scontrino in formato digitale come un servizio a pagamento.
Questa mossa crea un paradosso: un’innovazione che dovrebbe favorire la sostenibilità, riducendo lo spreco di carta, viene trasformata in un’opzione premium. Invece di incentivare una scelta ecologica, si rischia di scoraggiarla, legando un diritto del consumatore — quello di poter dimostrare un acquisto per far valere la garanzia — a un costo aggiuntivo.
Un esempio emblematico è rappresentato dal servizio “Scontrino Sicuro” offerto dalla catena Euronics. L’azienda ha promosso una soluzione che permette di salvare la prova d’acquisto in formato digitale, associandola al codice fiscale del cliente. Sul proprio sito, Euronics spiega che i dati vengono archiviati in modo sicuro su una piattaforma cloud, accessibile al personale per recuperare la transazione in caso di necessità.
Il meccanismo prevede la conservazione per tre anni, con la possibilità di estendere il periodo attraverso opzioni con costi supplementari. Tuttavia, nelle comunicazioni ufficiali è stato omesso un dettaglio fondamentale: il prezzo che il consumatore deve pagare per attivare questo servizio base, un’informazione cruciale per una scelta consapevole.
Questa tendenza commerciale rappresenta un’occasione mancata per la sostenibilità. Gli scontrini cartacei, stampati su carta termica, sono un rilevante problema ambientale. Spesso contengono sostanze chimiche come il Bisfenolo A (BPA) o i suoi sostituti, che ne impediscono il riciclo nella filiera della carta e li rendono rifiuti indifferenziati destinati alla discarica o all’inceneritore.
L’adozione diffusa di ricevute digitali potrebbe abbattere drasticamente il consumo di carta, la deforestazione e la produzione di rifiuti difficili da smaltire. Trasformare la dematerializzazione in un servizio a pagamento frena questa transizione, mantenendo di fatto lo status quo di un modello di consumo basato su supporti fisici inquinanti e non riciclabili.
Dal punto di vista legale, la questione è altrettanto spinosa. Per esercitare il diritto di reso o di garanzia, la legge prevede che il consumatore fornisca una prova d’acquisto. Secondo l’associazione Konsumer Italia, se la conservazione digitale a pagamento diventasse l’unico strumento offerto per recuperare facilmente tale prova, si configurerebbe una pratica commerciale scorretta.
L’associazione ha annunciato l’intenzione di segnalare questi comportamenti all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). Imporre un onere economico per accedere a un documento necessario per esercitare un proprio diritto rappresenta una barriera ingiustificata, che altera le normali dinamiche di mercato a svantaggio del cliente.
In conclusione, la scelta di monetizzare la conservazione digitale degli scontrini si rivela problematica su due fronti. Da un lato, indebolisce i diritti dei consumatori. Dall’altro, depotenzia una soluzione tecnologica con un enorme potenziale ecologico, rendendo la sostenibilità un lusso anziché uno standard accessibile a tutti.













