La narrazione televisiva italiana ha affrontato la recente crisi energetica, innescata da un conflitto internazionale, privilegiando soluzioni basate sui combustibili fossili. Le fonti rinnovabili, invece, sono state lasciate ai margini del dibattito, pur rappresentando l’opzione strategica per il lungo periodo. È quanto ha rilevato l’ultimo rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia.
L’analisi ha esaminato i principali telegiornali e talk show italiani durante le prime tre settimane della crisi. I risultati hanno mostrato un quadro definito: nei servizi televisivi ha prevalso un “realismo fossile”, concentrato sullo sfruttamento di gas e petrolio come risposta immediata all’emergenza. Di conseguenza, è stato dato grande risalto a politiche basate sulla gestione tattica degli idrocarburi e sul controllo dei prezzi.
La transizione verso le energie pulite ha avuto una visibilità quasi nulla. La frequenza del tema nei telegiornali si è attestata ad appena l’1,1%, comparendo solo nel 9% delle dichiarazioni totali raccolte da politici, esperti e giornalisti. Un dato che evidenzia una profonda discrepanza tra la gravità della situazione e le soluzioni proposte dai media.
Quando l’argomento è emerso nei talk show, il dibattito è apparso fortemente polarizzato. Da un lato, esponenti del campo progressista hanno proposto lo sviluppo delle rinnovabili come leva per la sicurezza e l’indipendenza nazionale. Dall’altro, una visione più conservatrice ha descritto la transizione ecologica come un vincolo ideologico, incompatibile con le urgenze del momento.
Questo approccio mediatico è in netto contrasto con la volontà dei cittadini. “Una persona su due in Italia vuole accelerare sulle rinnovabili, anche a fronte di un possibile aumento temporaneo dei costi”, ha dichiarato Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. La popolazione sembra aver compreso che la transizione energetica è la vera risposta per garantire stabilità e indipendenza.
Nel racconto televisivo, la risposta istituzionale si è articolata principalmente su due fronti: la regolazione dei meccanismi di mercato e l’alleggerimento del prelievo fiscale. La narrazione si è focalizzata sulla capacità del governo di intervenire sui prezzi. Anche il tema della diversificazione degli approvvigionamenti è stato trattato in modo superficiale, limitandosi a un cambio geografico dei fornitori di idrocarburi.
Il nucleare, invece, è stato presentato come una promessa di sovranità futura, legata a mini-reattori, ma confinato a un orizzonte temporale troppo lontano per affrontare l’emergenza. Il rapporto ha quindi delineato un’occasione mancata: l’informazione televisiva ha restituito l’immagine di un Paese ancorato a una gestione emergenziale, incapace di cogliere la crisi come un’opportunità per accelerare verso un modello energetico più sostenibile, autonomo e resiliente.


















