
ROMA – Lo Stretto di Hormuz è tornato a essere il pericoloso epicentro di una crisi globale. Nelle ultime ore, l’azione dei Pasdaran ha impresso un’accelerazione agli eventi: due navi portacontainer sono state bersagliate o sequestrate dalle forze di Teheran, trasformando il braccio di mare in una “no-go zone” che mette a rischio il 20% del commercio petrolifero mondiale.
Il ricatto di Teheran: blocco navale in cambio di negoziati. La tensione è deflagrata quando una portacontainer è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco al largo dell’Oman, seguita a breve distanza da una seconda imbarcazione, la Euphoria, di proprietà emiratina, colpita a poche miglia dalle coste iraniane. La tv di Stato di Teheran ha poi confermato il sequestro della MSC Francesca e della Epaminondas, quest’ultima battente bandiera liberiana, che avrebbe riportato danni significativi al ponte nonostante l’equipaggio sia stato dichiarato al sicuro. Il messaggio dell’Iran agli Stati Uniti è cristallino e brutale: i negoziati di Islamabad, attualmente in una fase di stallo dopo l’annullamento del secondo round, ripartiranno solo se Washington revocherà il blocco navale che sta strangolando l’economia della Repubblica Islamica. “Se cercano una soluzione politica, siamo pronti. Se cercano la guerra, l’Iran è pronto anche a quella”, ha ammonito l’ambasciatore all’Onu, Amir-Saeid Iravani. Un concetto ribadito dal presidente del Parlamento, Ghalibaf, il quale ha definito il blocco statunitense una “palese violazione della tregua”.
In questo scenario di “guerriglia marittima”, l’Italia ha deciso di muoversi preventivamente. Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto, ha annunciato una pianificazione prudenziale che prevede l’invio di un dispositivo navale nello stretto. “La pianificazione prevede un gruppo basato su due cacciamine, un’unità di scorta e una logistica. In tutto quattro navi”, ha spiegato il generale. L’Italia non agirà in solitaria, ma all’interno di una coalizione internazionale che dovrebbe includere Francia, Regno Unito, Olanda e Belgio. L’obiettivo è chiaro: garantire la libertà di navigazione in un corridoio dove il Pentagono stima che, in caso di minamento sistematico, potrebbero servire oltre sei mesi per le operazioni di bonifica.
Dall’altra parte dell’Oceano, Donald Trump gioca una partita ambivalente. Il presidente americano ha prorogato il cessate il fuoco, inizialmente per 3-5 giorni, cedendo alle pressioni della mediazione pakistana guidata da Shehbaz Sharif. Tuttavia, il Tycoon resta scettico: se da un lato dichiara possibile un nuovo incontro già per venerdì, dall’altro avverte che l’Iran è al “collasso finanziario” proprio a causa della chiusura di Hormuz. Mentre la Casa Bianca smentisce con forza le voci virali di una lite tra Trump e i vertici militari sui codici nucleari, l’intelligence segnala divergenze interne al regime iraniano. La guida suprema Mojtaba Khamenei non ha ancora sciolto le riserve sull’effettiva volontà di trattare, mentre i Pasdaran continuano a tenere “il dito sul grilletto”, minacciando risposte devastanti a ogni tentativo di forzare il blocco.
















