Il Pd e il fantasma di Renzi

Lp - Photo Fabio Cimaglia

E’ di questi giorni la polemica scatenata dalle dichiarazioni di Massimo D’Alema sul suo eventuale ritorno nel Pd. Il leader “maximo”, dotato di non comune intelligenza politica e di una solida preparazione acquista fin da quando, militante in erba, si esprimeva nelle vesti di “giovane pioniere” e poi come segretario della FGCI (la gioventù comunista), ha però il difetto, imperdonabile agli occhi dei mediocri, di esprimersi con un certo sussiego. Insomma per quanto esatte possano essere le analisi ed i ragionamenti, D’Alema sprizza antipatia da tutti i pori soprattutto – non è un paradosso – in quei contesti della sinistra ove il verbo dell’uguaglianza e del pensiero unico e granitico, dettato dal superiore interesse, è particolarmente gradito. Un peccato mortale per l’uomo che, per primo nella storia politica d’Italia, ha occupato la poltrona di presidente del Consiglio da ex segretario del partito comunista. Nel corso di un’intervista, D’Alema ha accennato anche all’ipotesi di una chiusura del ciclo che lo portò fuori dal Pd, insieme a Pierluigi Bersani, per fondare Articolo 21. Insomma, per l’ex premier potrebbe profilarsi il ritorno tra le fila dei Dem. Tuttavia, le argomentazioni a sostegno del suo rientro nel partito del Nazareno, sono state alquanto deludenti per un ragionatore avveduto quale egli è: non un cenno, infatti, è stato fatto sulle mutate vicende politiche generali o su quelle specifiche rispetto al contesto odierno. All’opposto, il discorso è scivolato sulle idiosincrasie e sugli screzi con l’ex “rottamatore” e segretario del Pd Matteo Renzi, reo di aver trascinato il partito dal fulgore del 40% alle europee del 2014 a poco meno della metà nel 2018. Una critica tutta incentrata sulle bizze caratteriali e sugli errori compiuti dell’ex sindaco di Firenze in questi ultimi anni, con frecciate velenose sull’attuale marginalità dei consensi elettorali del partito renziano, Italia Viva. Da lui ci saremmo invece aspettati una qualche riflessione sul quadro politico e parlamentare instauratosi dopo la vittoria elettorale dei grillini, sulla nascita di ben due governi con la stessa presidenza ma con caratterizzazioni politiche e programmatiche di segno diametralmente opposto. Parimenti sull’esecutivo di larghe intese guidato da Mario Draghi e sul cambio di gestione interno al Pd, dopo le frettolose dimissioni di una sbiadita figura come Nicola Zingaretti. Nulla è stato detto. E nulla ha proferito, D’Alema, sull’ipoteca che gli ex democristiani Franceschini e Guerini hanno messo sull’attuale dirigenza del Pd e dei gruppi parlamentari dem. Infine, niente da dire neanche su Enrico Letta, ex democristiano come Renzi, appositamente richiamato dall’esilio francese per dirigere la segreteria del Nazareno. Ironia della sorte: è stato proprio quest’ultimo a rispedire al mittente la paventata disponibilità al rientro di Massimo D’Alema, con un breve ma puntuto messaggio sui social. Una sufficienza che ha rasentato la noncuranza, non passata inosservata, come a voler ridurre l’apporto politico e culturale che D’Alema e Bersani potrebbero garantire al Pd. Una valutazione che giunge in ritardo di qualche anno, rispetto a quella che lo stesso Matteo Renzi ebbe a fare da segretario, all’atto del proprio insediamento nel partito democratico. Insomma non bisogna essere troppo smaliziati per leggere tra le righe che la ditta D’Alema & Bersani è ormai considerata figlia di un’epoca remota, un giurassico che poco ha a che fare con l’attualità e la resa elettorale. Anche questa condizione di un ex dc, di sinistra quando si vuole, ma pur sempre estraneo alla tradizione della sinistra storica, come Letta, in maggioranza nel polit bureau piddino, ripropone un contesto sovrapponibile all’era Renzi. I vecchi draghi del Pci non hanno mai digerito di aver perso il controllo del partito a vantaggio di chi era estraneo a quel retaggio culturale. Fino a quando i democristiani servivano a calamitare il voto cattolico e moderato erano i benvenuti ma sempre senza aver in mano le redini. Con Letta al posto di Renzi la nemesi democristiana si è riproposta oggi in danno degli ex, vetero e post comunisti. Ma tutto questo oggi avrebbe poco a che fare con la politica se da D’Alema e dai suoi oppositori fosse scaturito un dibattito su che cosa è diventato il Pd e cosa rappresenti e persegua realmente questo partito nella politica italiana del terzo millennio. Se, insomma, si fossero scontrati sulla mutata visione della società e delle prospettive economiche della nazione, se avessero, ad esempio sostenuto che la visione liberal democratica di cui oggi si dicono esponenti, è ancora grezza e somigliante allo statalismo socialista di un tempo. Per dirla tutta: i nodi politici del cambiamento si ripropongono e sembrano irrisolvibili perché legano contenitori ormai vuoti di progettualità. Il fantasma di Renzi è solo l’ultimo espediente.

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