In morte del “coniglio mannaro”

Il mondo politico piange la scomparsa di Arnaldo Forlani, esponente di spicco della Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Nel tempo della cosiddetta “Prima Repubblica”, quella, per intenderci, dove erano i partiti a dettare legge (per il tramite degli organismi statutari eletti nei congressi), fu per due volte segretario politico nazionale dello Scudo Crociato, nonché presidente del Consiglio e più volte Ministro. Visse ed operò in un’epoca diversa dai trent’anni di questa” seconda repubblica”, ossia con partiti intestati a persone e per questo non scalabili (oltre che privi di una decente democrazia interna, capace di selezionare la classe dirigente), e che appare distante anni luce dai fatti e dalle vicende di allora. Arnaldo era il prototipo della “supremazia” del partito: fu antesignano di una clamorosa scissione che lo portò fuori dalla corrente di Amintore Fanfani per andare a creare la componente dei Dorotei con Remo Gaspari, Mariano Rumor, Antonio Bisaglia, Antonio Gava, Emilio Taviani ed Emilio Colombo. Per tradizione e cultura politica, quest’area rappresentò sempre la porzione moderata della Dc, andando a collocarsi su posizioni rigidamente anticomuniste, attente alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo industriale, contrarie alle apertura ai socialisti e inclini a proseguire nella linea di governo con socialdemocratici e liberali. In identica posizione fu anche Aldo Moro che, con il passare degli anni sarebbe confluito a sinistra ed addirittura a teorizzare l’avvio del dialogo con i comunisti, secondo la tesi delle “convergenze parallele”. Queste ultime dominarono la discussione nella seconda metà del ‘900 mettendo finanche in discussione la stessa ferma adesione dell’Italia al patto Atlantico. Insomma il partito di De Gasperi, leader indiscusso del primo partito italiano e ricostruttore dell’Italia post bellica, finì per dividersi ideologicamente. Emerse in tal modo non solo una serrata lotta per la gestione del potere statale, in un contesto ancora da guerra fredda tra Usa e Urss, ma anche l’incongruenza di fondo che da sempre è esistita nella Libertas. Nel partito cattolico erano infatti coesistiti sia il retaggio del cattolicesimo popolare di matrice liberale, fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo con l’appello ai “Liberi e Forti”, sia quello del cattolicesimo democratico “socialisteggiante” di Giuseppe Dossetti che con Fanfani, Lazzati e La Pira era aperto alla sintesi di governo con i sostenitori del partito socialista . A completare l’arco delle correnti DC la Destra di Andreotti e Scelba: il primo discepolo di De Gasperi, il secondo di don Sturzo. Era questo il parterre delle correnti interne nella cosiddetta “Balena Bianca” dove si trovò a mosse muovere i primi passi Forlani allorquando questi assurse alla politica nazionale, diventando vice segretario del partito (con Mariano Rumor) e poi ministro delle Partecipazioni Statali. Insomma Forlani ed i suoi amici subentrarono ai leader fondatori della Dc ed ai vecchi politici liberali del Ppi adagiandosi man mano nella gestione statalista e nella politica delle nazionalizzazioni che il governo di centro sinistra perorava in quegli anni. Fu quella una sorta di svendita ideologica in cambio di un supporto elettorale e parlamentare degli uomini di Pietro Nenni che aveva disciolto, nel frattempo, ogni legame con il Pci. Diventata una delle “eminenze grigie” dello Democrazia Critianaa, Forlani si è sempre barcamenato tra la gestione governativa ed il compromesso politico. Insomma: un’intera genia di neo statalisti assurse alla ribalta con lui, teorizzando la centralità della Dc, anche se, a ben vedere, più che stare al centro ci si dava da fare per “stare in mezzo”. Nel mezzo cioè, di una politica che aveva smarrito i principi ispiratori delle origini e che imbarcava politicanti di ogni genere, vocati ad un unico scopo: rimanere ai vertici del potere. Insomma il nomignolo “coniglio mannaro” che gli fu affibbiato, ne riassumeva l’indole paciosa, i toni bassi ed al contempo la ferrea determinazione di essere sempre in “prima fila” a vario titolo. L’ultimo dei compromessi che lo vide protagonista fu quello passato alla storia con il nome di “patto del camper” con il quale si sancì un’intesa con i socialisti di Bettino Craxi che avrebbero appoggiato Andreotti a capo del governo e Forlani alla segreteria dello Dc silurando Ciriaco De Mita, troppo allergico al Psi. Il famoso “Caf”! Allo scoppio di Tangentopoli la sua stella si oscurò drasticamente: l’ex premier subì addirittura l’onta di una condanna per finanziamento illecito al partito. La sua figura elegante si trasfigurò impietosamente innanzi all’occhio della telecamera incalzato dal pubblico ministero. Oggi desidero ricordarlo con l’aneddoto che, di lui, mi riferì Giorgio La Malfa. Nel corso di un consiglio dei ministri il leader repubblicano obiettò su un provvedimento di spesa assistenziale, senza copertura finanziaria. Forlani, primo ministro, lo chiamò in disparte e gli ricordò che “la spesa pubblica era come la pioggia di maggio che faceva crescere ogni cosa in campagna”. Insomma altro debito pubblico che si accumulava, nel mentre il governo operava in nome della demagogia assistenziale. Questa la natura politica del “coniglio mannaro”.

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