Dai cantieri della ricostruzione i bonifici alla famiglia Zagaria

L’inchiesta della Dda di Ancona sui fratelli Diana: avrebbero aggirato le interdittive antimafia per ottenere subappalti nelle Marche

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Il boss Michele Zagaria, Giuseppe Diana, Elvira Zagaria e Raffaele Diana
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CASAPESENNA – I soldi incassati dalle imprese dei fratelli Diana nei cantieri della ricostruzione post terremoto nelle Marche avrebbero alimentato una rete di rapporti finanziari che conduce fino alla famiglia del boss Michele Zagaria (nella foto). È uno degli aspetti emersi dall’inchiesta della Dda di Ancona che ha portato in carcere gli imprenditori Giuseppe e Raffaele Diana, ritenuti vicini alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Seguendo bonifici, passaggi tra conti correnti e rapporti commerciali, i finanzieri hanno individuato collegamenti tra società edili, distributori di carburanti e attività nel settore delle scommesse. Una ricostruzione che punta a chiarire non soltanto come sarebbero stati ottenuti gli appalti, ma anche dove finisse il denaro movimentato dalle imprese.

Tra i destinatari dei trasferimenti figura Raffaella Zagaria, moglie di Giuseppe Diana e figlia di Elvira Zagaria, sorella del capoclan Michele, già condannata per mafia. Gli accertamenti bancari hanno individuato bonifici effettuati da Diana alla consorte per complessivi 112.623 euro.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito movimentazioni provenienti dalla Mira Costruzioni, transitate attraverso Raffaele Diana e poi il fratello Giuseppe, fino a raggiungere la donna. Operazioni che, secondo la Procura, rappresenterebbero un ulteriore elemento a sostegno della continuità dei rapporti economici tra i Diana e la famiglia Zagaria.

La pista del denaro conduce anche alle società Back Fuel e Back Cooperativa Sociale, riconducibili alla famiglia Bamundo. Dalle imprese riferibili a Giuseppe Diana, tra cui Mira, Prospera, Progedi e Azzurra Costruzioni, sono stati individuati versamenti per complessivi 181.052,79 euro. Dagli accertamenti emergono inoltre uscite per 145.906 euro a favore di Anna Badile e della piattaforma Snai Vincendo, con causali generiche e senza corrispondente documentazione fiscale, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti.

È qui che l’inchiesta incrocia il settore delle scommesse. Angelo Bamundo, la cui famiglia risulta collegata alle società Back secondo gli accertamenti della Guardia di finanza, era già attivo in quel settore. Anna Badile era invece titolare di centri scommesse a San Marcellino, le cui attività vengono messe in relazione dagli investigatori con quelle della famiglia Garofalo, i cosiddetti ‘Marmulari’.

A dare un significato a questi collegamenti sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Inquieto. Il pentito ha raccontato che Giuseppe Diana, dopo l’arresto nell’aprile 2011 dei fratelli Giovanni e Giuseppe Garofalo, ritenuti vicini a Michele Zagaria, sarebbe subentrato nella gestione delle loro attività. I Garofalo, secondo Inquieto, si occupavano delle sale scommesse e della raccolta delle puntate sulle slot machine per conto del clan. Una gestione che sarebbe quindi passata nelle mani di Diana. Una ricostruzione che la Procura ritiene supportata dagli accertamenti sui rapporti economici e commerciali tra le famiglie

Raffaella Zagaria, Elvira Zagaria, i Bamundo, Anna Badile e i fratelli Garofalo citati negli accertamenti non figurano tra gli indagati nel procedimento della Dda di Ancona. I loro nomi compaiono esclusivamente nella ricostruzione dei rapporti familiari, commerciali e finanziari esaminati dagli investigatori, senza che nei loro confronti siano formulate contestazioni nell’ambito di questo procedimento.

Giuseppe e Raffaele Diana sono invece destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Ancona. Ai due vengono contestati, in concorso con altri, la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e diversi episodi di trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito per agevolare il clan dei Casalesi, fazione Zagaria.

Secondo l’accusa, attraverso società intestate a prestanome e cambi di amministratori avrebbero nascosto la reale riconducibilità delle imprese, aggirando le interdittive antimafia per continuare a ottenere subappalti nei cantieri marchigiani. Accuse sulle quali dovrà pronunciarsi la magistratura, ferma restando la presunzione di innocenza degli indagati.

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