Torre Ann., omicidio della mamma coraggio: una verità senza mandante. Tamarisco assolto nell’Appello-bis

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Francesco Tamarisco e Matilde Sorrentino
Francesco Tamarisco e Matilde Sorrentino

TORRE ANNUNZIATA – Ci sono sentenze che pesano come macigni, non solo per il destino degli imputati, ma per il valore simbolico che portano con sé. Il verdetto emesso dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli è di quelli che lasciano il segno: Francesco Tamarisco, il narcotrafficante accusato di essere la mente dietro l’esecuzione di Matilde Sorrentino, è stato assolto. Per i giudici, il quadro probatorio non ha retto all’“oltre ogni ragionevole dubbio”.

La storia di Matilde Sorrentino è una delle pagine più nobili e tragiche della cronaca campana. Era il 1997 quando Matilde, una donna comune del rione Poverelli, decise di rompere il muro di omertà denunciando una rete di pedofilia che stava divorando i bambini del quartiere. Quella scelta le valse il titolo di “Mamma Coraggio”, ma le segnò anche il destino. Il 26 marzo 2004, Matilde venne trucidata sull’uscio di casa. Per quel delitto, Alfredo Gallo sta già scontando l’ergastolo come esecutore materiale. Tuttavia, la giustizia cercava il “regista”, colui che aveva ordinato di spegnere quella voce scomoda.

Il processo d’appello-bis, disposto dopo un annullamento in Cassazione, si è giocato tutto sulla fragilità dei testimoni. Al centro del dibattimento la figura di Pietro Izzo, ex collaboratore di giustizia. Una vicenda, la sua, che sembra uscita da un romanzo criminale: Izzo aveva accusato Tamarisco, poi aveva ritrattato, poi aveva smesso di collaborare. Il motivo di questo valzer di dichiarazioni è emerso in tutta la sua crudezza: Izzo sarebbe stato minacciato pesantemente durante una videochiamata in carcere da Valentino Gionta (classe ’83), esponente di spicco dell’omonimo clan.

Terrorizzato, il pentito ha interrotto il programma di protezione, ma ha voluto compiere un ultimo gesto emblematico: scrivere una lettera al procuratore Nicola Gratteri. In quelle righe, Izzo ha ribadito che, nonostante la paura gli impedisse di continuare a testimoniare, tutto ciò che aveva detto in passato era “genuino” e vero. Ma la legge ha i suoi riti e le sue garanzie: una lettera, senza il supporto di un esame incrociato solido, non è bastata a confermare l’ergastolo per Tamarisco.

Mentre in aula si pronunciava l’assoluzione di Tamarisco, a pochi chilometri di distanza il terreno si preparava a tremare sotto i colpi dei macchinari. Oggi, infatti, inizia l’abbattimento di Palazzo Fienga, la roccaforte storica del clan Gionta. Per decenni, quel palazzo nel cuore del rione Carceri è stato il simbolo del potere assoluto, il luogo dove si decidevano vita e morte, affari e vendette.

Oggi, la demolizione avviene sotto gli occhi dei ministri Piantedosi e Salvini e del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo. È un segnale potente: dove c’era il cemento della camorra, sorgerà un progetto di rigenerazione urbana.

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