Emanuele Libero Schiavone lascia la prigione

Allerta in città. Ieri è tornato a Casal di Principe: è il principale candidato a diventare il nuovo capo della cosca Schiavone

Emanuele Libero, Francesco "Sandokan" e Ivanhoe Schiavone
Emanuele Libero, Francesco "Sandokan" e Ivanhoe Schiavone

CASAL DI PRINCIPE – Scarcerato Emanuele Libero Schiavone: il figlio del capoclan Francesco Sandokan, ora trentatreenne, ieri mattina si è messo alle spalle la prigione sarda per tornare a Casale. Scontata la condanna per associazione mafiosa ed estorsione, la speranza è che abbia deciso di troncare i suoi legami con la criminalità. L’augurio è che inizi una vita lontana da quelle logiche malavitose che gli hanno già sottratto 12 anni di libertà (quelli che dal 2012 ha trascorso interrottamente in cella).

I no al programma di protezione

Ma è un auspicio che, purtroppo, non sembra poggiarsi su base solidissime. Per quale ragione? Perché ha già ignorato due occasioni che gli si erano presentate per recidere, in modo drastico, proprio quelle connessioni con il mondo del malaffare di cui ha fatto parte. La prima è datata 2018 e ad innescarla era stato il pentimento del fratello Nicola. La seconda è di poche settimane fa, quando è stato, invece, il padre, capo del clan dei Casalesi, a decidere di iniziare a parlare con i magistrati dell’Antimafia. Insomma, in sei anni a Emanuele Libero è stata offerta la possibilità di entrare nel programma di protezione, garantito ai familiari dei collaboratori di giustizia, ben due volte, ma ha sempre risposto picche. A differenza del fratello Walter, delle due sorelle e della madre, Giuseppina Nappa, non ha voluto voltare pagina e allontanarsi da Casal di Principe (stessa scelta presa dagli altri suoi due germani, Ivanhoe, con cui dovrebbe andare a vivere nella casa paterna di via Bologna, e Carmine, che si trova ancora in carcere).

Se non dovesse cambiare vita, c’è il pericolo che Emanuele Libero diventi ora il principale candidato ad assumere il ruolo di capo di ciò che resta (ed ora è oggettivamente poco) della cosca Schiavone. La sensazione è che diversi giovani, che già bazzicano in ambienti criminali, erano in trepidante attesa del suo ritorno perché lo vedono come un ‘messia del male’. Ed ora che è effettivamente è tornato a calcare le strade di Casal di Principe, potrebbero addensarsi intorno a lui e ridare così tragicamente linfa a quell’organizzazione che appariva morente. Possibilità di cui sono ben consapevoli inquirenti e forze dell’ordine (ed infatti le antenne dell’Antimafia sono già ben alzate e pronte ad intervenire).

Le chiamate dal carcere

Stando a quanto appreso da fonti investigative, durante il lungo periodo di detenzione affrontato, Sandokan jr sarebbe riuscito a far sentire con insistenza la propria voce non solo agli altri affiliati che si trovavano fuori dal carcere, ma, a quanto pare, anche ad imprenditori e semplici cittadini direttamente o indirettamente vicini al gruppo mafioso. A confermare agli inquirenti questo suo comunicare senza filtri dalla prigione è stato anche Vincenzo D’Angelo, alias Biscottino, genero del boss Francesco Bidognetti: ai magistrati, il 9 gennaio scorso, ha riferito di aver appreso che Emanuele Libero “aveva un telefono all’interno del carcere” . E lo avrebbe usato per parlare pure con Ivanhoe. Insomma, avrebbe iniziato a prepararsi dalla cella il terreno per quello che sarebbe stato il suo riaffacciarsi da capo sulla scena criminale.

Il leader

E a riconoscere a Emanuele Libero il ruolo di potenziale capo della cosca, sostengono gli investigatori, è stato in varie occasioni proprio il fratello Ivanhoe. Nel corso di una sua chiacchierata (intercettata) con D’Angelo, avvenuta nel 2021 nei pressi del bar Guida, a San Cipriano d’Aversa, i due iniziarono ad analizzare la crescita economica di Emilio Martinelli ‘o barone, figlio di Enrico, storico esponente del clan (Emilio, ora in carcere cautelarmente con l’accusa di mafia, è ritenuto dagli inquirenti la nuova guida dell’ala sanciprianese – avrebbe prima affiancato Oreste Reccia e poi preso il suo posto). Ascoltando quella conversazione, gli investigatori non solo hanno appreso l’astio (invidia) che gli Schiavone e i Bidognetti provavano (e provano) nei confronti di ‘o barone, ma anche che, stando all’Ivanhoe pensiero, con la futura scarcerazione di Emanuele Libero (avvenuta ieri), la cosca, che viveva e vive un momento di difficoltà, a causa di arresti e pentimenti, si sarebbe finalmente potuta rimettere in forze. “Quelli adesso stanno tutti quanti così perché Emanuele deve uscire. […] Stanno tutti quanti, non sanno… non sanno dove devono scappare”: parole che Ivanhoe pronunciò conversando con D’Angelo. Parole che si riferivano a chi in quel momento si stava staccando dalla sua famiglia per fare gruppo con Martinelli. Parole che portavano un messaggio chiaro: in città sarebbe arrivato il vero leader e su chi aveva voltato le spalle agli Schiavone, secondo Ivanhoe, si sarebbe abbattuta la rabbia di Emanuele Libero.

Le conseguenze del ‘pentimento’

Sono concetti però esplicitati prima del pentimento di Francesco Schiavone Sandokan. Il fatto che adesso sia stato proprio il fondatore del clan dei Casalesi a decidere di collaborare con la giustizia ha inevitabilmente (e fortunatamente) ostacolato i possibili piani di rivalsa mafiosa dei figli. Se Emanuele Libero, come sperava il fratello nel 2021, si impegnerà, ora fuori dalla cella, a dare forza alla cosca, dovrà farlo senza l’ombrello mafioso del genitore e prevedendo che gli imprenditori collusi (e i prestanome) ridurranno al lumicino il proprio sostegno economico (perché con il capo dei capi che parla con la Dda, sono tutti a rischio). Un contesto del genere porrà Emanuele Libero, se davvero ha in testa idee bellicose, di fronte a scelte obbligate: per rinvigorire il gruppo, come già abbiamo scritto nei giorni scorsi, probabilmente si dedicherà alle estorsioni, allo spaccio di droga e alle truffe. E dovrà pure condire queste azioni con punte di violenza (con lo scopo di riottenere quella credibilità criminale smontata dal pentimento del padre). E sullo sfondo, a complicare il tutto, c’è un potenziale scontro con chi in questo periodo, sfruttando la debolezza degli Schiavone, aveva iniziato a mettersi in proprio.
Quello tracciato è senza dubbio uno scenario inquietante, che desta molta preoccupazione. Ma gli investigatori lo monitoreranno con estrema attenzione: e alla prima avvisaglia di pericolo interverranno per evitare che l’Agro Aversano ripiombi in un passato che sembrava ormai superato

La droga a Riccione e l’imposizione dei gadget

Era il 2009 quando il destino di Emanuele Libero Schiavone si incrociò per la prima volta con il carcere. Il figlio di Sandokan venne ammanettato dai carabinieri di Riccione con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di droga. A soli 18 anni fu fermato in un hotel della riviera romagnola dove era in vacanza insieme a un 22enne, anche lui di Casal di Principe. I due erano in possesso di circa 40 grammi di hashish suddiviso in 6 stecche.

I militari accertarono la presenza di un giro di spaccio di narcotici che i giovani casalesi avevano messo in piedi a Riccione. Per lo stupefacente con cui venne sorpreso, Emanuele Libero fu processato con rito direttissimo e condannato, in primo grado, con sospensione condizionale della pena, a 6 mesi.

Nel 2012 scattò il secondo arresto di Sandokan jr. A portarlo in cella, in quell’occasione, furono gli agenti della Squadra mobile di Caserta che gli notificarono un’ordinanza di custodia cautelare con le accuse di rapina ed estorsione aggravate dal metodo mafioso. Reati che commise, dice la Dda, insieme ad un altro figlio d’arte (criminale), Gaetano Diana (il padre è Elio, cognato di Francesco Schiavone Cicciariello). I due, stando a quanto ricostruirono gli investigatori, dopo aver perso molti soldi giocando con una slot-machine installata nel Roxy Bar, decisero di riappropriarsi di quei quattrini. Come? Sfondando la macchinetta con un flex e con un palo di ferro. Una volta ‘aperta’ si appropriarono di tutto il denaro che c’era al suo interno.

A tracciare la mafiosità di Emanuele Libero è però l’indagine, sempre condotta dalla Squadra mobile di Caserta, sull’imposizione di gadget a commercianti e imprenditori dell’Agro aversano in nome del clan dei Casalesi. A maggio del 2012 furono eseguite 15 misure cautelari e tra i destinatari di quei provvedimenti c’era proprio Sandokan jr (era già in cella per la vicenda slot). Emanuele Libero, ora assistito dall’avvocato Paolo Caterino, sarebbe stato al vertice di un gruppo criminale che facendo leva sulla forza di intimidazione della mafia locale obbligava i commercianti ad acquistare calendari, penne portachiavi e altro, in occasione delle festività natalizie. Insomma, si sarebbe reso protagonisti di estorsioni mascherate. Per tale condotta, Emanuele Libero fu condannato in primo grado, con rito abbreviato, a 13 anni e 4 mesi di reclusione.

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